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Prov-Teramo

Amo l'Abruzzo
LA PROVINCIA DI TERAMO

 
La Città racconta la sua storia
 
Popolazio­ni attive che ebbero scambi vivaci con comunità osco­umbre, etrusche, meridionali e transadriatiche.
 
Monete, iscrizioni e ricchi corredi funerari provenienti dalla necropoli di Campovalano, a cui appartengono vasi attici e ionici di chiara ispirazione transmediter­ranea o meridionale, assicurano la continuità dei rap­porti tra i piceni, seguiti dagli italici picentes, con il Nord e l'Oriente. Al più antico nucleo piceno si so­vrappose quello pretuziano che controllava il vasto ter­ritorio collinare, a sud, fino ad Hatria, e ad est, verso la costa, già ricca di centri significativi e che si distin­guevano per un'intraprendenza commerciale e mani­fatturiera che, oggi più che mai, rappresenta l'eredità antica di questa terra.
 
Basta ricordare le città della pesca e della marineria, quelle "del vino" sulle colline interne e le capitali del­lo "shopping in fabbrica"nella "Vibrata Valley", ogget­to di studio da parte di economisti inglesi.
 
Interamnia Praetutiorum chiamarono Teramo i lati­ni: città tra due fiumi dei Pretuzi, denominazione che lo storico Bernardino Delfico, teramano, faceva deri­vare da un'antica colonia fenicia, Pretut, fondata pres­so l Albula (Vezzola). Interamnia fu colonia e munici­pio romano, ad un tempo, dopo la guerra-lampo condotta dal console Curio Dentato alla fine del III sec. a.c.; insieme alle fertili terre della Sabina, con i ceppi familiari diventati, poi, a Roma, forti e potenti, come la gens Claudia, il Piceno e il Pretuzio passarono, in breve, sotto le insegne romane.
 
La "romanità" di Interamnia affiora di anno in anno: documenti epigrafici e monumenti che testimoniano la floridezza della città, specialmente nel l e II sec. d.C., al tempo dell'imperatore Adriano che ricordava le ori­gini atriane della sua famiglia, benchè lui fosse nato ad Italica, in Spagna. Il teatro, ancora utilizzato per manifestazioni culturali e sportive, i ruderi dell'anfi­teatro, le terme, il foro, nell'area di Piazza Verdi, le sta­tue, le monete, i vetri, i bronzi, le suppellettili fune­rarie, le domus, i ponti, gli acquedotti testimoniano l'importanza e la prosperità della città, verso cui con­
 
fluiva, pure, la nuova via Caecilia che univa Roma ai nuovi possedimenti adriatici.
 
Gli innumerevoli tesori della Teramo preromana e ro­mana insieme a molti dei reperti provenienti dal vasto entroterra, sono stati sistemati, con razionalità, nel Museo Archeologico, che racconta la storia della città insieme ad un altro spazio museale, a volte nascosto e inglobato da costruzioni e muraglie più recenti, am­pio quanto l'intero territorio cittadino. Prestigiosa la "domus del leone": una casa di età repubblicana affio­rata nelle cantine di casa Savini, al centro della città; sul pavimento del tablino, l'ambiente più importante dell'abitazione romana, in un riquadro circondato da ricchi fregi, un leone lotta con un serpente: era la casa di un magistrato che nel mosaico aveva impressa la sua idea di giustizia.
 
La piccola colonia fenicia, Pretut, sorta sul torrente Albula e diventata nei secoli ricco municipio romano, ci tramanda attraverso la profondità del tempo la de­nominazione Abruzzo. La propone con autorità lo sto­rico umanista Flavio Biondo in Italia Illustrata; qui, senza troppe forzature, lo scrittore spiega la corruzio­ne da Praetutium ad Aprutium e da Interamnia a Te­ramum. La denominazione Aprutium inizialmente fa riferimento alla sola città di Teramo e al territorio cir­costante; compare per al prima volta, verso la fine del VI sec., in tre lettere inviate dal Papa Gregorio Magno al Vescovo Oportunus de Aprutio. La denominazione, col passar del tempo, coprirà zone sempre più vaste dell'attuale territorio regionale. Se durante la domi­nazione IongobardaAprutium è solo il nome di uno dei sette gastaldati a sud del Tronto, già con Federico di Svevia i territori di Teramo, Chieti e I:Aquila sono riuniti nello JustitieratusAprutii. Carlo d'Angiò (1272) divise l'Abruzzo in due province: ultra et citra flumen Piscariae, con un solo "preside" a Chieti. Solo quattro secoli più tardi vennero aggiunti nuovi governatori a Teramo e a LAquila. liantica divisione in Abruzzo "ul­tra et città" rimase invariata con l'avvento di Giusep­pe Bonaparte e dei Francesi nel Regno Meridionale, la­sciando l'uso del nome spesso al plurale nella topono­mastica regionale, per cui Santa Lucia degli Abruzzi, Roseto degli Abruzzi ma anche Schiavi d'Abruzzo.
 
 
II versante teramano del Gran Sasso.
 
Le origini di questa cittadina, a parere del suo storico più noto, Luigi Sorricchio, sono illirico-sicule. LHa­tria classica era situata fra i Pretuziani e i Vestini, dove finiva il Piceno; raggiunta da un ramo della Via Sala­ria, ebbe un grande sviluppo, che però le epoche suc­cessive hanno cancellato quasi del tutto. Infatti, se esclu­diamo il teatro romano (o greco, per altri) e le terme sotto al Duomo, oltre alle iscrizioni e reperti archeo­logici (per lo più dispersi), nulla ci testimonia il suo passato, che in parte resta affidato agli scrittori antichi, da Livio a Paolo Diacono, per fare dei nomi. LImpera­tore Elio Adriano è ritenuto di ceppo atriano. Con la conquista romana, nei primi del III secolo avanti Cri­sto, vi fu dedotta una colonia e conobbe notorietà nel­l'anno 209 per aver aiutato Roma contro Annibale. Una volta passata la Guerra Sociale, ottenne la cittadinan­za ed entrò e far parte della Tribù Mecia. Altra colonia vi si portò, sembra, ai tempi di Augusto, che divise l'I­talia in Regioni; Hatria stava nella quinta, la Picena.
 
La storia seguìta al disfacimento dell'Impero d'Occi­dente è comune al resto della Penisola. "Del vescova­do di Penne, di cui fece parte in seguito, non si ha me­moria prima del IX secolo", annotò il Sorricchio. Appartenne al Ducato di Spoleto e, a quanto pare, su­bito dopo la metà del secolo dodicesimo fu distrutta. Comune guelfo, nel 1251 ottenne la sede vescovile e, nel 1395, divenne possesso feudale della potente e fa­mosa famiglia Acquaviva, che la tenne fino al 1775, quando tornò demaniale.
 
Il Ducato d'Atri fu un notevole centro di cultura, ma anche queste testimonianze non ci sono più, e la bi­blioteca e le collezioni d'arte che trovarono posto nel Palazzo Acquaviva furono trafugate. È in corso di al­lestimento il Museo Archeologico, in un edificio alla fine di Via Luca d'Atri. Un altro, dedicato alle Tradi­zioni Popolari, è aperto da diversi anni e si trova ac­canto alle Poste. Il Museo Capitolare, nei locali del Duo­mo, di recente riordinato (vi si accede dal Chiostro), raccoglie mobili antichi, oreficeria, paramenti sacri, dipinti, sculture, polittici, codici totalniati, reliquiari, sculture moderne e 140 ceramiche, quasi totalmente della Scuola di Castelli (le altre sono dei vari centri abruzzesi dove si producevano). Vi si ammira anche una pergamena dei Grue. I monumenti più importan­ti sono le Grotte (l'epoca e la funzione non sono state mai accertate con esattezza); le Porte superstiti; le fon­tane sparse nelle immediate vicinanze (la più nota è La Canale, medioevale); le chiese di S. Domenico, S.
 
Agostino e S. Francesco, medioevali, modificate nel Ri­nascimento e in epoca barocca. Nella chiesa di S. Ago­stino notevoli sono il portale della seconda metà del '400, opera di Andrea Lombardo e il campanile, simi­le a quello della Cattedrale. Quest'ultima, nella cripta, allinea frammenti scultorei altomedioevali, che rap­presentano gli unici resti della fabbrica primitiva. La documentazione scritta è inesistente, e si deve arriva­re all'anno 1140 per trovare la prima citazione. Con l'istituzione del vescovado, nel secondo Duecento, si dette inizio ad una ricostruzione totale, che si protrasse fino al Trecento (alcune date sono sui portali: 1288, 1302, 1305). Sotto al Duomo è possibile visitare la ci­sterna romana, decorata con affreschi (quelli più si­gnificativi son rinascimentali). Il.campanile era già a buon punto nel 1267; la parte superiore, in mattoni e con scodelle maiolicate, fu aggiunta da Antonio da Lodi e terminata all'inizio del Cinquecento. Linterno della Cattedrale si fa notare per i mosaici romani che pro­babilmente ornavano le antiche terme, la Cappella di S. Anna, l'affresco dell'Incontro dei vivi con i morti (se­conda metà del Duecento) e maggiormente per quel­li absidali di Andrea Delitio, con storie evangeliche: è, questo, il più importante ciclo pittorico del Rinasci­mento abruzzese e fu eseguito a partire dal 1481. Nonostante l'apparenza di tranquilla cittadina della campagna teramana, Campli fu borgo di grandi tradi­zioni e di questo suo illustre passato conserva oggi, ge­losa, splendide testimonianze. Le sue viuzze e le sue mura sono un unico grande scrigno colmo di storia e di tesori d'arte.
 
Nei secoli dello splendore qui furono all'opera maestri pittori come Giacomo da Campli, Cola d'Amatrice, Gio­vanbattista Boncori, Donato Teodoro e Vincenzo Bal­dati, nonché, artisti delle scuole di Giotto, di Raffael­lo, di Blasuccio, del Gagliardelli, di Ragazzini. I loro capolavori possono essere ammirati nella chiesa della Madonna della Misericordia, dove ebbe sede uno dei primi ospedali d'Abruzzo, nella cattedrale di Santa Ma­ria in Platea, del XIV secolo, nel convento di San Fran­cesco, del XIV secolo, nella chiesa di San Paolo e nel­la vicina Scala Santa, nel convento di Sant'Onofrio, futura sede del Museo d'Arte Sacra. E poi ancora, visi­tando i dintorni di Campli, nel convento di San Ber­nardino, fondato nel 1449 da San Giovanni da Cape­strano, nella chiesa trecentesca di San Giovanni Battista, a Castelnuovo, o nella chiesa di San Pietro di Campovalano.
 
Nel paese si trovano inoltre palazzi medievali e rina­scimentali di grande bellezza, come quello annesso al convento di San Francesco ed oggi sede del Museo Ar­cheologico, il Palazzo del Parlamento, risalente al XIV secolo, noto anche come Palazzo Farnese ed oggi sede del Municipio, la porta Angioina, a Castelnuovo, e la torre dei Melatino, a Nocella. Il Palazzo Farnese è in­dubbiamente uno degli antichi edifici di uso civile più, interessanti tra quelli che si possono ancora trovare in Abruzzo. La sua prima costruzione viene fatta risalire al 1400 e la data del 1520, scolpita su un concio di are­naria incastonato nella facciata, viene comunemente riferita all'epoca di un importante restauro. Viene an­che detto Palazzo del Parlamento perché, vi si riuni­vano i Capifamiglia chiamati, dal tradizionale suono della campana, a decidere sulle vicende della cittadi­na. Laspetto attuale, copia fedele di quello originario, gli venne restituito dai restauri del 1888. È oggi sede del Municipio.
 
Oggi Campovalano è solo una piccola frazione di Cam­pli ai piedi della omonima montagna, poche decine di case lungo la strada, ma oltre duemila anni fa era una delle piu' importanti città dei Piceni, le genti italiche che abitavano questa valle prima dell'arrivo dei Ro­mani. Gli archeologi hanno scoperto e scavato una enorme necropoli dove i piceni seppellirono per seco­li i loro defunti. 1 reperti trovati sono esposti nel mu­seo archeologico di Campli. Vicino alla necropoli si tro­va la chiesa romanica di San Pietro in Campovalano, un capolavoro di architettura all'esterno e di arte al­l'interno

ARTE MEDIOEVALE
 
L'arte romanica ebbe larga diffusione in Abruzzo per merito dei monaci benedettini venuti direttamente da Montecassino. Numerose costruzioni furono realiz­zate in luoghi a volte impraticabili, però strategica­mente sicuri, adatti a difendersi da eventuali aggres­sioni e naturalmente idonei alla vita monastica improntata sull'ora et labora. Furono erette grandio­se basiliche e complessi monastici con varie fabbriche nelle quali si produceva quanto era necessario per es­sere completamente autonomi. I più antichi monu­menti risalgono ai secoli VI e VII, molti, nel corso del tempo, andarono distrutti e se ne perse la memoria, altri furono provvidenzialmente restaurati.
 
Nei cenobi benedettini rifiorirono la cultura e le arti. A San Liberatore a Maiella, nella zona più alta di Ser­ramonacesca, sorse la prima "scuola" di costruttori con caratteri propri ed originali derivanti, tuttavia, dalle classiche basiliche paleocristiane. La scuola si ingrandì, si diffuse in altre località con schemi più li­beri. Alcune maestranze crearono la "scuola valven­se", aderente alle tradizioni classiche romane, abil­mente trasformate e rielaborate nelle forme più consone alle necessità del culto. Nel XII sec. si riscon­trarono caratteri diversi e più complessi, influenzati dall'arte di altre regioni, Campania, Puglia, Lazio, Si­cilia. Non mancarono influssi d'oltralpe, della Borgo­gna in particolare, diffusi da maestranze francesi e dai monaci cistercensi. La "scuola di Borgogna"portò in Abruzzo esperienze nuove con arditi e originali sche­mi architettonici. Fece la prima apparizione nella chie­sa di San Giovanni in Venere, nei pressi di Fossacesia, mentre l'interno dell'antica chiesa benedettina fu re­staurata secondo i canoni cistercensi. Altra importante scuola si affermò a Casauria per merito dell'abate Leo­nate che, dopo il 1152, iniziò la ricostruzione dell'an­tica abbazia di San Clemente a Casauria.
 
Nel luogo convennero le forze più vive della regione, maestri esperti nell'arte edificatoria insieme a mae­stranze francesi. La "scuola casauriense" operò fino al 1182, anno in cui morì l'illustre abate Leonate. I maestri si trasferirono in altre località dove riusciro­no ad esprimere l'inconfondibile stile casauriense. Oggi gran parte dei documenti mostrano ancora la loro peculiare integrità, alcuni sono stati parzialmente trasformati, altri hanno subìto radicali mutamenti. Moltissimi sono stati restaurati e riportati al loro an­tico splendore. -
 

San Liberatore a Maiella
 
San Liberatore, uno dei monumenti più rappresenta­tivi dell'arte abruzzese, sorge poco distante dal centro abitato di Serramonacesca, in provincia di Pescara, un paese posto alle pendici di alte cime boscose, dalle qua­li sgorgano le sorgenti del fiume Alento. Prima del­l'attuale costruzione, restaurata alla fine degli anni '60, sorgeva qui una più antica fabbrica di stile benedetti­no cassinese, che la leggenda collega a Carlo Magno ma che certo era anteriore all'anno 884, anno in cui viene menzionata a proposito di un inventario di beni dell'ordine; la fabbrica, devastata dal terremoto del 990, fu ricostruita in forme più grandiose nel 1007 dal mo­naco Teobaldo, giunto da Montecassino. La facciata, una volta preceduta da un portico, ricostruito alla fine del '500 da un altro monaco cassinese, Basilio, e an­che questo andato perduto, è a doppio spiovente con cornici di arcatelle lungo le linee di terminazione; un marcapiano la divide e le lesene della parte superiore corrispondono a semicolonne in quella inferiore, uni­te da semplici arcate a tutto sesto. Le semicolonne in­corniciano tre portali, ornati, negli stipiti, nelle ar­chitravi e negli archivolti da bassorilievi con motivi a tralci e palmette di ispirazione bizantina. A destra si alza la massiccia torre campanaria quadrangolare: clas­siche cornici delimitano i ripiani con monofore, bifo­re e trifore in successione. Nella parte posteriore, a fianco di una delle tre absidi, si apre un corridoio sor­montato da archi a sostegno della parete. L'interno, ampio e maestoso, è a tre navate, divise da sette arca­te per lato; l'abside centrale e la laterale sinistra sono decorate da affreschi del '200; furono coperti da nuo­vi affreschi nel XVI secolo, ora, staccati, sono stati ri­composti su pannelli all'ingresso della navata destra. Lambone è stato ricostruito con materiale scultoreo recuperato. Il pavimento a mosaico, realizzato nel 1275 sotto l'abate francese Bernardo I Ayglerio e che era sta­to trasportato, dopo l'abbandono del monastero, nel­la parrocchiale di Serramonacesca, è stato rimontato nel suo luogo originale e copre, oggi, solo una parte della navata centrale. Nei dintorni sono evidenti i re­sti dell'antico monastero.
 
Abbazia di San Clemente a Casauria
 
L’antichissima abbazia di San Clemente a Casauria sor­ge nei pressi del fiume Pescara, nel territorio del co­mune di Castiglione a Casauria, non lontano dall'abitato dì Torre de' Passeri. Labbazia risale all'anno 871 e fu costruita per volere di Ludovico II Imperatore sul­le rovine di un antico tempio di Ercole; nell'872 si tra­sportarono nella chiesa le reliquie di San Clemente. Il monumento subì alterne vicende: completamente di­strutta e riedificata, raggiunse il massimo splendore dal 1152 con l'ascesa alla dignità abbaziale dell'abate Leonate, appartenente alla famiglia dei Conti di Ma­noppello, che si dedicò alla ricostituzione delle rendi­te e dei beni dell'abbazia e alla ristrutturazione delle chiese dipendenti dal Monastero. In quell'epoca sorse la scuola Casauriense, composta da artisti della zona e da altri giunti da località diverse. Di solida ed origi­nale struttura architettoníca romanico-gotíca con for­ti influenze orìentaleggianti, iI tempio fu arricchito di sculture ed affreschi di pregio. Le "mirabili opere" con­tinuarono dopo la morte di Leonate (1182) e furono completate con i grandiosi battenti di bronzo. Seguì un periodo di decadenza, dal 1796 al 1807 tutti i beni furono alienati. Abbandonata e depredata, fu "scoper­ta" nel 1887 dal Prof. Pier Luigi Calore di Pescosanso­nesco che riuscì a salvare il monumento da sicura di­struzione. Consolidato, ristrutturato e restaurato, oggì rappresenta uno dei gioielli dell'antica arte medioeva­le d'Abruzzo. La facciata, a blocchi di pietra (pietra gentile da ta­glio proveniente dalla cava di Ripa dei Cantoni presso Pescosansonesco), si apre in un portico, costruito tra il 1176 e il 1180, a tre arcate: la mediana a tutto sesto e le laterali ogivali; gli archivolti, ricchì di fregi, pog­giano su capitelli di diversa fattura. Al di sopra del por­tico, la parete, arricchita da una cornice ad archetti, è ornata da quattro bifore, due architravate e due con aperture leggermente ogivali, molto probabilmente ri­salenti all'epoca successiva al terremoto del 1348. Nei portico, coperto da volte a crociera, si apre il possen­te portale mediano; nella lunetta, circondata da tre ar­chi concentrici, le sculture ritraggono San Clemente in cattedra e l'abate Leonate che offre il modello della chiesa da lui ricostruita. Nell'archítrave sculture nar­rano le vicende legate alla fondazione dell'abbazia. Lin­gresso è chiuso da pesanti porte di bronzo, eseguite sotto la reggenza dell'abate )oele, divise in formelle con stemmi e col nome dei castelli e dei possedimen­ti di Casauria, rosoni, figure di abati e monaci; molte delle formelle risultano mancanti e sono state sosti­tuite con altre in legno. L’interno è a tre navate, forti pilastri in pietra sorreg­gono arcate ogivali che testimoniano il momento di passaggio dal puro stile romanico al gotico cistercen­se. Lambone, opera di frate Giacomo da Popoli, è sta­to iniziato tra gli anni 1176 e 1182 ed è ornato da pregevoli sculture sui capitelli e sui riquadri della tri­buna che si richiamano alla classica simbologia cri­stiana ripresa dall'arte romanica, come le foglie di pal­ma, gli elementi zoomorfi, i tralci di vite e la rosa casauriense. II candelabro misura circa sei metri e sim­boleggia Dio nella colonna in pietra che sosteneva un doppio ordine di ceri, che rappresentano gli Apostoli, posti intorno ad un cero di grandi dimensioni rappre­sentante Cristo risorto. Laltare si trova al centro del presbiterio ed è composto da un sarcofago cristiano, ornato di sculture e risalente al IV V sec. che un tem­po conteneva l'urna con le reliquie di San Clemente; un poderoso ciborio in pietra ornato da rilievi sormonta l'altare e si presume sia stato rifatto nel XV sec., in so­stituzione di quello più antico e coevo alla ristruttu­razione operata da Leonate. Tracce cospicue dei dettami della "scuola casauriense" sono evidenti in alcuni monumenti della Regione, da Santa Maria di Cartegnano, presso Bussi, a San Tom­maso, nel comune di Caramanico, a San Barolomeo di Carpineto della Nora, per citare i più famosi.
 
 
Santa Maria Assunta e San Pellegrino a Bominaco
Tra i mandorleti della piana di Navelli, la strada sfila lasciandosi a lato, isolata, la chiesa tratturale di Santa Maria dei Cintorelli, della metà del '500; la diramazio­ne per Caporciano e Bominaco porta in pochi minuti verso la cinta di mura e il torrione circolare posto ad uno dei vertici di un fortilizio che, già prima del 1000, abbracciava uno dei complessi abbaziali benedettini più significativi dell'Abruzzo interno: l'antico "Mome­naco", di cui restano, incastonate nel verde, l'oratorio di San Pellegrino e la chiesa di Santa Maria Assunta. Un piccolo portico di epoca seicentesca, costruito im­piegando rocchi di colonne romane, precede l'ingres­so all'oratorio, nato per desiderio di Carlo Magno, come fanno ricordare le iscrizioni volute dall'abate Teodino che lo ricostruì nel 1263 e impresse la sua iniziativa e la storia del piccolo tempio sui due plutei interni, iscri­zioni che si ripetono sul rosoncino della primitiva fac­ciata, quella che si apre sulla collina. L'interno è ad un'unica aula di forma rettangolare (18x5,8 m), coperta da una volta sestiacuta e spartita in quattro campate da archi ogivali impostati su capi­telli e pilastrini. Loratorio prende luce da sei feritoie laterali e da due rosoncini, si distingue quello occidentale, piccolo ma ben ornato. Laula, che nella ristrutturazione voluta dall'abate Teodino assorbì chiari caratteri gotici, è di­visa nel mezzo da due plutei: due lastroni in pietra, scolpiti con figure di animali fantastici, introdotti già nella primitiva costruzione e probabilmente prove­nienti dal vicino centro di Peltuinum. L’interno dell'oratorio mostra un ciclo di affreschi tra i più importanti della regione, opera di maestri facen­ti parte della comunità monastica di Teodino, che qui volle illustrati i momenti più significativi della litur­gia celebrata dai monaci nelle preghiere e nei cori con­ventuali: l'Avvento, la nascita di Gesù e il Triduo pa­squale; sono presenti anche pitture di epoca più tarda ed altre che ritraggono gli apostoli e i santi legati alla tradizione benedettina, come il San Cristoforo gigan­tesco che campeggia sulla parete d'ingresso a sinistra insieme ai SS. Onofrio e Francesco. A destra si avvia­no le prime scene della vita di Gesù dovute al tocco originale del Maestro dell'Infanzia, che riproduce, ispi­randosi ad un gusto bizantino e all'arte miniaturista, le scene dell'Annunciazione, della Visitazione, della Natività e della Presentazione al Tempio, con festoso senso cromatico e attenzione alla simmetria. Di diversa impostazione il Maestro della Passione, il pittore più presente nell'oratorio: oltre alle scene del­la Passione di Cristo e di San Pellegrino siriaco, a cui i monaci dedicarono l'oratorio, a lui si attribuiscono i medaglioni con i Santi e i Profeti, l'incontro di Em­maus, Cristo in trono affiancato dai quattro apostoli, Pietro, Paolo, Giacomo e Giovanni, i giudizi finali e le facciate di fondo. II racconto della Passione inizia con l'entrata di Gesù a Gerusalemme e termina con le drammatiche scene della Deposizione, dove la chiara figura di Cristo Mor­to è stretta e amorevolmente sorretta da un gruppo compatto di figure, sensibilmente ritratte nella tri­stezza dei volti e nella tensione dei corpi, e infine, del­la Sepoltura. Mancano, ma non per dimenticanza, le scene centrali della Crocefissiome e della Resurrezio­ne: l'assenza obbedisce a fondamenti precisi della teo­logia monastica medioevale che concretizza nella co­munità i due momenti del passaggio di Cristo dalla morte alla vita: la celebrazione dell'Eucarestia rinno­va il sacrificio di Gesù mentre la continua testimo­nianza evangelica dei monaci, l'amore verso il prossi­mo, evidenziato nella scena di San Martino e il povero, rappresentano la vittoria di Cristo sulla morte; della vita eterna e della gloria nei cieli sull'oscurità del pec­cato e sulla "morte" dell'anima. Il "Maestro Miniaturista" è l'autore dei due faccioni che ospitano il calendario bominacense e le raffigurazioni dei mesi, dei segni zodiacali e le fasi lunari. Ogni mese è iscritto all'interno di due spazi verticali, rifiniti da fasce che al sommo disegnano un arco trilobato. Lo spazio di sinistra ospita una figura umana e l'indica­zione delle attività più confacenti, secondo l'uso me­dievale, in alto la fase lunare, nel secondo, sotto il pa­gano segno zodiacale, la teoria dei giorni, divisi in settimane e l'indicazione delle attività liturgiche.
 
Per raggiungere Santa Maria Assunta basta rasentare il muro meridionale dell'oratorio, si arriva così alle ab­sidi che sembrano nascere da un dosso roccioso: tre come le navate, semicircolari come nel puro stile ro­manico, ornate da archetti e dal gioco delle pietre squa­drate e, la più grande, da sottili semicolonne; una mo­nofora si apre nelle absidi laterali, tre nella centrale, fasciate da rilievi di eccezionale finezza e arricchite da incisioni inneggianti alla Vergine Assunta. La costruzione della primitiva chiesa è certamente an­teriore alle date del 1180 e 1223 incise la prima sul pulpito e la seconda sull'altare; diversi i rimaneggia­menti: l'interno fu convertito in barocco nel '700 e li­berato dalle sovrastrutture nel restauro eseguito du­rante gli anni 1Yenta. Santa Maria Assunta, considerata uno dei monumenti più rappresentativi dell'architet­tura romanica abruzzese, orienta ad occidente una fac­ciata di tipo basilicale, tutta in bella pietra squadrata, su cui si apre un semplice portale decorato nell'archi­trave e nel girale dell'archivolto da fasce a rilievo, sul­la scia cassinese di San Liberatore. Un'ampia monofo­ra con quattro leoni sporgenti movimenta lo spazio superiore. L’interno è a pianta rettangolare, tre le navate: sei co­lonne per lato dividono la navata centrale dalle nava­telle, colonne monolitiche di diversa fattura prove­nienti o da Peltuinum o da un edificio antico forse esistente sullo stesso luogo della chiesa. Summonta­no le colonne capitelli di grande finezza con rilievi di fiori e fogliame che richiamano lo stile corinzio; ele­ganti e armoniosi, sopportano il peso degli arconi a tutto sesto che si raccordano ai pilastri cruciformi del­l'arco di trionfo. La zona presbiteriale, leggermente rialzata rispetto al piano delle navate, ospita l'altare, sormontato da un ciborio, e la cattedra vescovile, ri­composta alla fine dell'800 e definitivamente comple­tata durante i restauri.
 
Il blocco di pietra che fa da sedile, lo schienale a cu­spide e i braccioli sono decorati con rilievi di foglie, frutta e fiori, una figura vescovile è circondata da una lunga iscrizione. La cattedra poggia su tre gradini affiancati da due leo­ni con le teste volte all'interno: gli animali, dalla chia­ra simbologia, probabilmente inseriti durante i restauri, tuttavia richiamano simili e autentiche presenze, al­trettanto simboliche, come il fiero piccolo leone che, ben fermo sulle zampe, regge la colonna a torciglione del candelabro, posto, ancora, nel presbiterio; la co­lonna, simbolo gioioso della Resurrezione, è sormon­tata da un originale capitello ricco di ornamenti e di accurata fattura. liambone, il luogo deputato alla pro­clamazione della Parola, posto presso il colonnato di destra, porta la data del 1180 in un'iscrizione dell'ar­chitrave, ornato da un ricco fregio a foglie di acanto, animali e fiori, appoggiato su tre colonnine cilindri­che ed una lavorata a spirale: i capitelli armonizzano, nel gusto corinzio romano, con quelli originali ed ela­borati del colonnato.
 

L'Abbazia di San Giovanni in Venere
 
Il complesso abaziale gode di una posizione privile­giata su un colle che domina la sinuosa costa frenta­na, circondato da olivi rigogliosi e querce centenarie. La chiesa espone ad oriente le sue memorabili absidi e fa illuminare la facciata dalla luce del tramonto. Date certe nella sua storia millenaria possiamo rintracciar­le intorno all'anno mille, ma leggenda e pia tradizio­ne vogliono che il colle, sospeso tra cielo e mare, fos­se stato dedicato a Venere Conciliatrice: numerosi re­perti testimoniano, infatti, un remoto passato, e scel­to poi da asceti benedettini per la preghiera e il lavo­ro. Il romitaggio cresce in ricchezza e potenza con donazioni fino al 1015 quando Trasmondo 11, conte di Chieti, fece costruire una nuova chiesa e il convento, ancora affidato all'ordine benedettino. Oderisio 11, dei conti di Pagliara, l'abate ricordato come "il Grande", dette un nuovo assetto a tutto il complesso, amplian­do la chiesa secondo i canoni dell'architettura bene­dettina, rinnovata dagli apporti della "scuola borgo­gnona". La facciata, a spioventi, è in pietra nella parte inferiore, attribuibile all'epoca di Oderisio II, il corpo centrale rialzato è rivestito in mattoni e coronato da un timpano ad archetti che incorniciano rilievi di ispi­razione varia e fantasiosa. Il portale, in pietra e mar­mo, è sormontato da un archivolto a quattro girali che racchiude una lunetta dove le figure di Gesù in trono tra la Madre e il Battista, nella parte superiore, sono ancora leggibili mentre solo le iscrizioni ci aiutano ad interpretare i pochi resti dell'altorilievo raffigurante Rainaldo, San Benedetto e San Romano, suo maestro spirituale. Ai lati del portale, a fianco dei pilastri e del­le colonnine, ricavati da marmi di diverso colore e or­nati al sommo da capitelli e cornici finemente deco­rati, quattro lastre di marmo bianco narrano la storia di San Giovanni Battista con scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, intervallate da lastre che ri­traggono episodi particolari, come quello che rappre­senta Daniele nella fossa dei leoni ed da altre, pura­mente decorative, scolpite con motivi zoomorfi e vegetali. A destra, in basso, dopo la raffigurazione di Daniele fra i leoni, una lastra rappresenta l'Arcangelo Gabriele che annuncia a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni. La scena successiva mostra Zaccaria che scri­ve su una tavola il nome del figlio mentre Elisabetta lo tiene in braccio e una figura maschile prepara il col­tello per la circoncisione; la scena è sormontata da un fregio che mostra due cupidi che con arco e frecce mi­rano ad una colomba, tra fini girali di acanto. La prima scena di sinistra è preceduta da un rilievo che ritrae una figura in ginocchio tra due animali fanta­stici. La storia della vita del Battista riprende con l'An­nunciazione e la Visitazione, nell'ultima lastra com­pare Giovanni col suo manto di pelli e una lunga barba, mentre annuncia la sua missione; figure, elementi ve­getali ed iscrizioni completano la scena. Il fregio che termina la sequenza mostra due pavoni che bevono in una coppa. L’interno è a pianta basilicale, a tre navate, divise da dodici pilastri che sostengono archi ad ogiva e a tutto sesto. Un'ampia scalinata porta dalla navata centrale al presbiterio che ha accesso anche dalle navate late­rali con due rampe minori; la zona presbiteriale è co­perta da doppia volta ad ogiva nella parte centrale, quel­le laterali da crociere, mentre le navate, in un restauro degli anni '40, furono coperte da un soffitto a capria­te lignee. II presbiterio termina in tre absidi semicir­colari. La cripta occupa lo spazio del sovrastante presbiterio e si raggiunge dalle navate laterali; è divisa due navatelle da quattro colonne, di cui tre, in marmo cipollino e di fattura romana; due fusti più sottili reggono tre archi davanti all'abside centrale; il soffitto voltato a crociera, è impostato su archi a tutto sesto ad ogiva. I catini delle absidi sono ornati da affresc del XII e XIII sec., opera di artisti locali e di scuola romana, nei quali domina la figura del Cristo Pantocratore, circondato dalla Madonna e da Santi.
 
 
Santa Maria d'Arabona La chiesa di Santa Maria d'Arabona (XIII sec.), nel tc ritorio di Manoppello, in provincia di Pescara, si c stingue per la sua particolare struttura cistercense isl rata a caratteri di estrema semplicità e rigore forma: In contrapposizione ai Cluniacensi, che nel tempo a~ vano sviluppato un stile sfarzoso, enfatico e ricco decorazioni, i Cistercensi preferirono forme architc toniche austere seppur grandiose e purissime nelle nee: l'austerità, regola prima dell'ordine, impose fc me semplici e funzionali. Le abbazie cistercensi in Italia in tutto furono otta tasei, di cui cinque in Abruzzo, la prima, del 1191, Santa Maria di Casanova, oggi in rovina. La costruzione di Santa Maria d'Arabona fu iniziata dai monaci cistercensi nel 1208 e mai terminata. La fab­brica iniziò dalle absidi e si fermò subito dopo la pri­ma campata del piedicroce; una vera facciata non esi­ste, quella visibile è ancora un'antica tamponatura in cotto, mentre il resto della costruzione è coperta da pietre squadrate. Labside, rettangolare come in tutte le chiese cistercensi, è illuminata da un grande roso­ne a ruota e da due ordini di monofore strombate al­l'esterno; sulla parete di fondo affreschi di Antonio da Atri (XIV sec.). Le arcate che separano il transetto dal­le navatelle e dalle cappelline sono a sesto acuto e so­stenute da pilastri a fasci svettanti, le arcate divisorie tra le navate sono a tutto sesto; la cupola ribassata è ornata da costoloni convergenti in un anello con fo­glie di acanto. L’altare in pietra è rialzato su gradini ed ornato da scul­ture. Appoggiato alla parete sinistra dell'abside, retto da due agili colonnine dai preziosi capitelli, è il taber­nacolo finemente scolpito e decorato con motivi flo­reali; più avanti svetta l'agile colonna per il cero pa­squale percorso, dalla base fino all'apice, da minuziosi e significativi rilievi delicatamente ricavati dalla pie­tra. Ai lati dell'abside due cappelle per parte: nella pri­ma un affresco del '500; nell'ultima a destra la tomba di Dino Zambra (1922-1944), figlio del Barone Zam­bra, morto in odore di santità. Lantico monastero, tra­sformato in civile abitazione, conserva solo la sugge­stiva Sala Capitolare con pilastro centrale che dirama costoloni sugli angoli e sulle pareti, raccolti da capi­telli pensili. Tutta la costruzione è circondata da un grande giardino. Il monastero e la chiesa, acquistati dalla famiglia Zambra, sono stati poi donati ai Sale­siani.
 
 
Il Paliotto di Nicola da Guardiagrele nel Duomo di Teramo
 
Il Duomo di Teramo, all'attenzione del visitatore che voglia passeggiarvi intorno, per scoprirne la forma ar­chitettonica, si presenta con un aspetto composito, che dichiara lo svolgersi della sua storia attraverso i seco­li. Fu fondato, secondo la notizia riferitaci dai mano­scritti dell'Àntinori, nel 1158, poco distante dalla pre­cedente, ma distrutta, cattedrale di S. Maria Aprutiensis. Pochi anni dopo, fu traslato nella nuova basilica il cor­po del santo dedicatario: San Berardo. La chiesa venne ampliata con l'aggiunta di un corpo di fabbrica nel 1317-35, e di nuovo circa alla metà del XV secolo. Sulla facciata a coronamento orizzontale trecentesco, tipico in territorio abruzzese, un magni­fico portale, di tipo cosmatesco, ci invita ad entrare. È firmato da Diodato Romano e datato 1332 sull'archi­trave, che sostiene un arco a tutto sesto. Alle estremità destra e sinistra della base dell'arco stesso, su due co­lonnine lisce poggianti su leoni stilofori, vi sono due sculture in pietra, raffiguranti l'Annunciazione, attri­buite all'orafo abruzzese Nicola da Guardiagrele, di cui è ancora da indagare l'attività di scultore. Ha una strom­batura a piccoli pilastri e colonne tortili alternate, con lumeggiature colorate realizzate con tessere musive. Al di sopra svetta un'alta cuspide, che funge grafica­mente da andamento verticale sull'adagiata facciata. All'interno del timpano è alloggiato un rosone strom­bato e, al di sopra, una edicola col Redentore benedi­cente in trono. Ai fianchi esterni della cuspide, in bas­so, altre due piccole edicole con San Giovanni Battista e San Berardo, di manifattura locale. All'interno del Duomo, riportato alle forme originarie da un restauro degli anni Trenta del nostro secolo, è possibile scorgere, prima di giungere all'altare, un po­littico ligneo raffigurante l'Incoronazione della Vergi­ne, firmato da Jacobello da Fiore, artista veneziano che ha contribuito alla diffusione della corrente gotico-in­ternazionale, che giunge in Abruzzo all'inizio del XV secolo attraverso la via di penetrazione adriatica. Al di sotto della scena principale è da notare la rappresen­tazione che Jacobello fa della città di Teramo tra due fiumi, l'antica Interamnia. La cultura artistica che qui ci è testimoniata ha avuto grande importanza nella for­mazione di Nicola da Guardiagrele, l'autore del paliotto collocato sull'altare maggiore. Quest'opera, costituita da una tavola lignea rivestita da lamine d'argento sbalzate e cesellate e da smalti tra­slucidi, reca a niello le date di inizio e di fine della la­vorazione:1433-1448. Attraverso 34 riquadri, raccon­ta la vita di Gesù dall'Annunciazione alla Pentecoste ed aggiunge, come ultima scena, San Francesco che riceve le stimmate. Lordine cronologico, che si snoda su quattro file orizzontali, è interrotto dalle figure de­gli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa, che circon­dano il Cristo Redentore in trono, posto al centro. Agli angoli delle formelle sono collocate 26 placchette a smalto traslucido, che individuano vivaci punti di co­lore. Intorno a tutta la tavola c'è una cornice d'argen­to posta durante un restauro eseguito nel 1734, come indicato in una iscrizione. Il paliotto di Teramo segna l'apice della carriera artistica di Nicola da Guardiagrele, che porta a compimento gli esiti sperimentati in pre­cedenza sulle croci processionali a Lanciano, a Guar­diagrele e a LAquila, per citare le principali. La prima scena, come detto, è quella dell'Annunciazione: la Ma­donna e l'Arcangelo Gabriele si fronteggiano, l'una, a destra in piedi, si ritrae indietro spaventata; l'altro, a sinistra in ginocchio, porta in mano il piccolo Gesù Bambino. In alto, un sole costituito da un semicerchio niellato con stelline dorate su fondo blu, emana raggi incisi sulla lastrina del fondale. Alla base della scena c'è la scritta col saluto dell'angelo e la data. La prima notazione da fare riguarda senz'altro la qualità arti­stica derivante dalla tecnica di esecuzione: lo sbalzo è deciso e fluido, crea lenti punti d'appoggio della luce, modellanti la superficie stessa. Nicola da Guardiagrele, tra il 1421 e il 1433, in modi ancora da precisare, viene a contatto con l'arte di Lo­renzo Ghiberti ed in particolare coi rilievi in bronzo che l'artista fiorentino ha eseguito per la porta nord del Battistero di San Giovanni a Firenze. Anche nella scena dell'Annunciazione è riscontrabile l'affinità del­la posa della Madonna, fin nell'andamento delle pie­ghe della veste, continue e incisive, che danno al cor­po vigoria di movimento e dolcezza di tridimensionalità. Certamente Nicola da Guardiagrele possedeva una sua bottega e, con ogni probabilità, nell'esecuzione di que­sto lavoro si è avvalso dell'aiuto di un collaboratore, la cui mano è possibile rinvenire in figure dai tratti più incisi e taglienti, come per esempio quelle della stra­ge degli innocenti o dell'ultima cena. La caratura artistica di questo paliotto è racchiusa nel­la monumentalità di alcuni personaggi, nella loro vi­goria espressiva, nella creazione del loro ingombro e in composizioni unitarie e ben congeniate nelle in­tuizioni spaziali, come la fuga in Egitto, la resurre­zione di Lazzaro o la cattura di Cristo.
 
 
MUSEO NAZIONALE D'ABRUZZO Il "castello" ha forma quadrangolare, con grossi ba­stioni negli angoli, collocati in direzione dei punti car­dinali ed è circondato da un fossato. Appartiene alla Soprintendenza dall'ultimo dopoguerra e, all'inizio de­gli anni Cinquanta, divenne un museo che accoglieva opere provenienti dall'ex Museo Civico e dal Museo Diocesano di Arte Sacra dell'Aquila. Attualmente ne­gli ambienti del Castello ristrutturati e restaurati, le opere non sono state mantenute divise secondo i nu­clei di provenienza, ma sono state ordinate nelle sale seguendo criteri museografici più ampi. Al piano terra, oltre al grande fossile di Archidiskodon Meridionalis Vestinus, vi sono 6 collezioni archeolo­giche raggruppate per generi: lapi­ di pubbliche e private, civili e reli­giose, monumenti pubblici e oggetti. Una sala a basso grado di il­luminazione è riservata al Gonfalo­ne cinquecentesco della Città del­l'Aquila. Al primo piano è collocata la sezio­ne di arte sacra, che si sviluppa in 10 sale cronologicamente ordinate, con opere d'arte dal XII al XV seco­lo. I pezzi più antichi sono affreschi staccati, sculture lignee che danno ampia testimonianza dell'evoluzio­ne dei tipi iconografici e stilistici e delle varie influenze esterne fino al XIV secolo; ancora, numerose tavo­le dipinte e, degna di nota, la pre­gevole Croce processionale realiz­zata da Nicola da Guardiagrele nel 1434 per la Cattedrale aquilana. At­traverso le tavole di Carlo Crivelli e quelle del locale Maestro dei Polit­tici Crivelleschi, si giunge all'ulti­ma sala che espone tavole di Satur­nino Gatti, l'artista aquilano che supera i modi tardo-gotici quattro­centeschi, per aprire la strada al nuovo secolo. La vi­sita a questa sezione è accompagnata dall'ascolto di musica polifonica, canti gregoriani, laudi del '500, co­rali, preludi e musica organistica. Vi sono poi due nuove sezioni, allestite all'inizio del 1995: la prima, quella di numismatica, raccoglie mo­nete dal IV secolo a. C. al XIV secolo, e in corrispon­denza di questa, ma al piano superiore, è quella di ore­ficeria, arte caratterizzante il medioevo e il rinascimento abruzzese. AI secondo piano sono collocate le opere dei secoli XVI, XVII e XVIII, soprattutto dipinti ad olio di pittori aqui­lani e stranieri operanti in Abruzzo. Da segnalare tra questi i numerosi pezzi di artisti di origine fiamminga. Nell'ultima sala è stata mantenuta integra la collezio­ne raccolta dal Marchese Francesco Cappelli di Tora­no, lasciata in deposito al Museo nel 1975 per motivi conservativi. Conclude il Museo la sezione di arte mo­derna e contemporanea, costituita a partire dal 1948 mediante donazioni, acquisizioni, comodati e prestiti di opere di arti­sti del nostro secolo. Si estende in 12 sale e dispone di un materiale va­stissimo.
 
 
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE D'ABRUZZO
Il museo è allestito all'interno di una villa, in stile neoclassico, fatta erigere nel 1830 dal barone Fer­rante Frigerj dall'architetto napo­letano Enrico Riccio, come resi­denza di campagna. La villa e il parco vennero poi ceduti al Comu­ne che, con l'acquisto di altre pro­prietà confinanti, dette vita al gran­de parco pubblico, ultimato nel 1890. Dai primi del secolo fino alla seconda guerra mondiale l'edificio divenne sede scolastica, solo più tardi ospitò gli uffici della neonata Soprintendenza Archeologica dell'A­bruzzo. II museo fu inaugurato nel 1959 alla presen­za di Giovanni Gronchi, allora Presidente della Re­pubblica. Oggi ospita la raccolta archeologica più consistente e significativa della regione e che docu­menta la cultura dell'Abruzzo antico dalla protostoria alla tarda età imperiale. Nelle sale del piano terra sono esposte opere scultoree dall'epoca tardo repubblicana al primo impero, provenienti per lo più da Alba Fu­cens, Foruli e altri siti archeologici importanti delle regione. Da segnalare il sepolcro a tempietto di magi­strato Lusius Storax che aveva rivestito una carica pub­blica nel municipio di Teate Marrucinorum. Àncora al piano terra sono da visitare la ricca colle­zione numismatica con circa 15.000 monete e la col­lezione Pansa che comprende oggetti della vita quoti­diana, di uso personale e steli funerarie. Ai lati della scalinata a forbice che conduce al piano superiore, trovano posto il lapidario romano con epi­grafi di carattere onorario e funerario. Le vetrine del piano superiore ospitano i corredi tom­bali provenienti dalle necropoli abruzzesi di maggio­re interesse: materiali che appartengono ad un arco di tempo che va dal X al IV sec. a.C., cioè fino alla con­quista romana dell'Italia Centrale. Particolarmente interessanti i pendagli in pasta di ve­tro di tipo punico, provenienti da una tomba femmi­nile scoperta a Penna Sant'Andrea (TE), i corredi del­le tombe di Loreto Aprutino, Civitella Casanova, Nocciano, ecc., alcuni corredi funerari di Campovala­no e la grande testimonianza della civiltà italica: la sta­tua del Guerriero, proveniente dalla necropoli di Ca­pestrano (AQ) e risalente alla seconda metà del VI sec. a.C., scoperta nel settembre 1934 e ospitata per alcu­ni anni nel museo di Villa Giulia a Roma.
 
 
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE Campli
Ricavato nelle sale del Convento annesso alla trecen­tesca chiesa di San Francesco, è stato inaugurato nel 1989. Si tratta di una struttura di dimensioni abba­stanza contenute, composta com'è da sole quattro sale, ma capace di fornire al visitatore un quadro chiaro e completo della civiltà picena, grazie anche alla sua im­postazione esclusivamente didattica. Nella sua pro­gettazione si è privilegiata la qualità rispetto alla quan­tità, riuscendo, in modo innovativo, ad evidenziare gli aspetti socioeconomici della comunità di genti picf di Campovalano, dalle prime sepolture fino al perir della decadenza, coincisa con la conquista di que terre da parte dei Romani.
 
Assolutamente innovativa e di grande effetto 11deí rendere trasparenti le porte dei magazzini, posti su stesso piano delle sale espositive. In questa manier visitatore riesce a cogliere l'esatta dimensione de enorme quantità di reperti restituiti sinora dagli s vi e a meglio apprezzare i pochi e selezionati reps esposti nelle vetrine e destinati a documentare ori tomba di un capo, ora quella di un bimbo, ora i sei della decadenza.
 
PINACOTECA CIVICA
 
Teramo ebbe il suo museo civico nel 1895, situato al centro della città, in Corso S. Giorgio. La prima rac­colta era già composta da dipinti del XVII e XVIII sec., quasi esclusivamente di scuola napoletana, ed altri, di scuola teramana e di epoca anteriore. Ad essi si ag­giunsero numerosi reperti archeologici provenienti da scavi effettuati nell'ambito cittadino e nel territori circostante. Oggi la sede del museo è una palazzina di stile neoclassico, costruita nel 1840 e ampliata negli anni Venti; ristrutturata di recente, gode di nuovi e funzionali locali espositivi e sevizi di ottimo livello. II materiale archeologico è stato razionalmente siste­mato in una sede diversa.La Pinacoteca espone opere di pittori come Pietro Damini, Niccolò De Simone, Mattia Preti, Domenico Mondo, Ludovico David, Fran­cesco Solimena, e di scultori quali Raffaello Pagliac­cetti, Costantino Barbella e Venanzio Crocetti.

 
MUSEO ARCHEOLOGICO
 
"Situato nel cuore del centro storico, ai margini di quello che fu il nucleo del tessuto urbano dell'antica Interamnia, il museo esprime, nell'allestimento del piano terra la sua funzione di testimone privilegiato dell'identità storica della città giacché il percorso, che si snoda al suo interno, se privilegia l'evolvere nel tem­po degli avvenimenti di "quel vivere andato" evidenzia soprattutto i luoghi di aggregazione e gli elementi ti­pologici urbanistici. Si restituisce così alla città il pa­trimonio archeologico, esposto in un contenitore ca­rico di memoria, da Convento dedicato a San Giovanni a Palazzo del Tribunale, testimonianza delle trasfor­mazioni architettoniche nella vicenda urbanistica del­la città, in margine ai mutamenti socio-politici di se­coli di storia, trasformazioni visibili nella corte interna del palazzo, negli antichi muri inglobati dai successi­vi interventi, nella splendida sala San Carlo, ex Corte d'Assise, della fine dell'800.
 
Luogo di memoria esso stesso si fa dunque spazio per la comprensione di un passato antico eppure recente, esperienza quotidiana per chiunque passeggi nel cen­tro storico di Teramo dove ancora oggi sono evidenti i resti del teatro e dell'anfiteatro romani, delle nume­rose abitazioni private, lacerti di muri e ampie tracce di "pavimenta" musivi che dovettero costituire il tes­suto urbanistico dell'antica Interamnia. Il Museo promuove nei suoi spazi-laboratori, la didat­tica, nei suoi luoghi deputati alla ricerca, l'Archivio Storico Comunale e il Centro di Documentazione Bi­bliografica informatizzato, lo studio delle problemati­che archeologiche, nella sua sala convegni un diverso concetto di cultura che si riappropri del valore etimo­logico del museo, inteso come casa delle Muse, divi­nità protettrici delle scienze e delle arti e ne riproponga il connubio arte e scienza ospitando eventi culturali di matrice umanistica e scientifica".
 

Musei etnografici
 
MUSEO DELLE GENTI D'ABRUZZO
 
 
L’attuale allestimento del Museo delle Genti d'Abruz­zo è il frutto della rielaborazione di materiali già pre­senti in due raccolte private - il museo delle Tradizio­ni Popolari Abruzzesi e la Mostra Archeologica Didattica permanente - aperte al pubblico dal 1973 al 1983 ad opera dell'Associazione Studio Tradizioni Abruzzesi e dell'Archeoclub di Pescara. Costituitasi come museo civico nel 1982, la nuova struttura si propone come luogo di rappresentazione dell'identità culturale abruz­zese. Originale filo conduttore e chiave di lettura del­l'esposizione è il tema della continuità culturale, fa­vorita in Abruzzo da fattori ambientali, la prevalente natura montuosa, e quindi, economici, la millenaria pratica della pastorizia transumante. Partendo dalla documentazione sui primi abitatori del­la regione, costituita da reperti rinvenuti in alcuni im­portanti siti preistorici e protostorici, questo tema si snoda attraverso l'illustrazione dei fenomeni che sono apparsi, in questo senso, più significativi: la sacralità di alcuni luoghi rupestri protrattasi per millenni, il per­sistere di elementi rituali precristiani in molte feste popolari di tradizione cattolica, il perpetuarsi in og­getti di uso agropastorale contemporanei di forme e motivi decorativi rintracciabili, con caratteri molto si­mili, in oggetti molto più antichi, risalenti anche alla preistoria. Ampio spazio è dedicato al tema della pa­storizia transumante abruzzese, nei suoi aspetti socio­economici e culturali, attraverso una ricca documen­tazione oggettuale, fotografica e testuale, integrata con efficaci ricostruzioni scenografiche. Il Museo sarà com­pletato, per un totale di quindici sale, con l'allestimento di ambienti dedicati al lavoro contadino, in particola­re ai cicli produttivi di grano, olivo e vite, alla produ­zione e lavorazione domestica delle fibre tessili, all'ar­redo della casa rurale, all'abbigliamento tradizionale, all'artigianato. A completamento dell'intera struttura, sita nel centro storico di pescara, nei pressi della casa natale di G. D'Annunzio, è attualmente in ricostruzio­ne una sezione distrutta dai bombardamenti dell'ulti­ma guerra, nella quale avranno sede la Biblioteca Co­munale ed una sala per conferenze e per mostre.
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