Prov-Pescara - Rocco e mirtillo consigliano

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Prov-Pescara

Amo l'Abruzzo
PROVINCIA DI PESCARA
 
NUOVO E ANTICO
 
La Provincia di Pescara nasce nel 1927. Risultò dal­l'unione di alcuni territori interni delle prime tre pro­vince abruzzesi che li cedettero più facilmente rispet­to al tratto costiero già da allora più decisivo nel quadro dell'economia e delle comunicazioni. Sono solo tre, infatti, i comuni della Provincia affac­ciati sul mare: Città Sant'Angelo, Montesilvano e Pe­scara, quest'ultima nata dalla fusione, anticipata da scontri e diatribe, prolungatesi per anni, tra l'antico abitato di Pescara, in provincia di Chieti, e il nuovo centro di Castellamare Adriatico, dipendente da Tera­mo, scivolata dai colli alla fine del secolo, insieme ad altre contrade dal Tronto al Trigno. E D'Annunzio in una delle pagine delle Novelle della Pescara, ricorda con evidente senso di appartenenza, "l'antica discor­dia tra Pescara e Castellamare, i due comuni che il bel fiume divide". Le parti nemiche si esercitano assidua­mente in offese e rappresaglie, l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra, racconta ancora lo scrittore, celiando su questa guerra di poveri combat­tuta "tra i salici e i vimini che bordano la Pescara". Pescara, intanto, subito dopo l'Unità e l'annessione al Regno d'Italia, si andava liberando degli ultimi lacer­ti della Fortezza Regia che con Gaeta e Civitella del Tronto, ultima, mantenne sui bastioni le insegne bor­boniche. Smantellati, a poco a poco, i diaframmi che per secoli l'avevano rinchiusa nel ruolo di riparo di eserciti, Pescara sceglie il suo futuro approvando un piano urbanistico sintomatico di un preciso movimento di espansione. Aperte grosse brecce nelle muraglie a mattoni della For­tezza, si tracciano larghe direttrici di raccordo con l'in­terno e il capoluogo (Chieti), si prevede la sospirata sta­zione ferroviaria, si agevola la costruzione di fabbricati e di pubblici esercizi, quali lo stabilimento balneare, di­steso sulle dune a fianco della foce del fiume, nella va­sta zona appena sufficientemente bonificata, non trop­po discosto dalla Palata, l'ampio territorio depressionario che un tempo aveva ospitato uno dei bracci del fiume; ridotto ad un lago costiero, paludoso e senza un giusto regime, fu fatto colmare dai Borboni e piantare, poi a pineta. L'odierna pineta d'Avalos che rappresenta un forte elemento caratterizzante della città. La città di Pescara aveva imboccato la direttrice del­l'espansione urbanistica, riallacciandosi ad un antico quanto dimenticato passato, annullando i secoli bui delle dominazioni barbariche e quelli più recenti al­l'ombra dei bastioni fortificati. Il vicus, forse fondato dai Pelasgi, che tante tracce han­no lasciato in tutto il Mediterraneo, godeva di una col­locazione strategica, favorita dal mare, dal fiume, na­vigabile fino alla strettoia di Popoli e dalla confluenza delle principali strade romane: la Salaria che da Roma, attraverso Antrodoco, s'innestava alla foce del Tronto con la Flaminia; la Claudia-Valeria, prosecuzione lun­go la vallata del Pescara della Tiburtina che dalle por­te dell'Urbe arrivava alle spalle del Fucino, nella mu­nita Alba l Ucens; ed ancora la Frentana e la Traiana, dirette a sud. Un'epigrafe ricorda il restauro del porto curato da Ti­berio e una lapide testimonia ad Ostia Aterni, tale il nome della città romana, l'esistenza di un collegio di Iside: forse sull'arx del Rampigna che in dolce decli­vio domina il fiume. Antiche mappe attestano la pre­senza, alla foce, di un tempio dedicato al dio Mercu­rio: patrono dei traffici e dei mercanti che affluivano dalle terre marruccine, peligne, frentane, vestine per gli scambi con la costa dalmata: I'Illiria, l'Epiro e I'Acaia, denominazione romana della penisola egea. Riannodando i fili della memoria, alla fine dell'800, Pe­scara che in epoca tardo antica aveva assunto il nome di Piscaria, forse da quell'insula piscaria formata dal fiume prima della foce, si adoperò per spostare verso l'Adriatico, l'asse di equilibrio della regione. Forze nuove e vitali tornavano a convogliarsi alla foce del fiume e sulle rive dell'Adriatico, dove "le vele splen­devano come fiamme sull'orizzonte puro", come ri­corda D'Annunzio, alludendo ai colori solari delle vele gialle e rosse, dai segni simbolici, delle paranze citta­dine, ancorate lungo il porto-canale, all'ombra tremula dei pioppi, quegli stessi che Michele Cascella, meno che adolescente disegnava alla luce pura dell'alba, con teneri pastelli, insieme a Tommaso, tanto prima dei grandi trionfi mondiali. Un manifesto-ricordo, stampato nello stabilimento li­tografico di Cetteo Ciglia, in una dépendance di Villa Farina, oggi scomparsa, (quel Cetteo allievo del gran­de Basilio Cascella), ricorda l'atto ufficioso della na­scita della nuova città, Pescara, nata dai due borghi contendenti, e la nuova Provincia. 11 gennaio 1927 la Gazzetta Ufficiale pubblica la leg­ge che così diventa operante. Sui contrasti, le ribel­lioni, le soddisfazioni dell'una e dell'altra riva, si libra l'idrovolante Alcyone del Comandante D'Annunzio che sorvola la sua "Pescara Unita" e lancia, com'era suo vezzo, manifestini, invitando ad un futuro pacificato e imperniato al raggiungimento di comuni interessi: "Cari miei fratelli nell'acqua della Pescara e nella vec­chia pila di San Cetteo, nella pila dove fui battezzato. Oggi non sono abbastanza forte per discendere in mez­zo a voi. Doveva questa essere una prova del mio cuo­re. Ma credo che il mio cuore cada. Cercatelo. Lo ri­troverete. Fatene mille e mille parti e spargetelo in tutta la terra d Abruzzo. E` semenza d'amore. Voi non avete bisogno se non d'amore concorde per ascende­re alla grandezza che vi è destinata. Gabriele. "Una delle principali città vestine, con Aveia (Fossa), Angulum (Città S. Angelo), Peltuinum ed Auliinum nel­l'Aquilano. I reperti archeologici che raccontano le sue vicende antiche sono esposti, in parte, nel Museo accanto al Duo­mo. Qui era l'insediamento primitivo; a Colle Castello il nu­cleo abitato si venne a formare nella seconda metà del 1200, in seguito allo spostamento del mer­cato deciso dal Vescovo Beraldo. A Penne è possibile visitare un gran numero di chiese e palaz­zi: il Duomo, San Domenico, il Carmine, Santa Maria di Colle Romano, le dimore di Aliprandi, Gaudiosi, Scorpione e Dura. La cinta muraria è stata distrutta nel secolo scorso, e delle molte por­te di un tempo restano quella di San Nicola, del 1780, con il nome di San Francesco), l'altra della Ringa (rifatta nell'800), la terza di Santa Croce o da Capo, a Colle Castello, del Medioevo-Rinascimento. Strade e piazze sono da scoprire percor­rendole a piedi: solo in questo modo si potrà prendere contatto con le chiese (San Comizio, San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista); con i vicoli me­dievali; con i templi dell'Annun­ziata e di Sant'Agostino; con gli slarghi che mettono capo a di­more gentilizie, come il palazzo De Cesaris. I due Colli, del Duo­mo e del Castello, sono percorsi da un'arteria, il Corso dei Vesti­ni, che li unisce a Piazza Luca da Penne. Qui prospettano il Palaz­zo Gaudiosi, San Domenico e bra­ni di antichi porticati di recente rimessi in luce. La cittadina ha origine nell'alto Medioevo. I primi do­cumenti che ne parlano e che ci sono pervenuti, risal­gono ai secoli VIII-1X, quando i monumenti più anti­chi, il Castello e Santa Maria in Piano, esistevano già. Labitato ha una tipica struttura difensiva, con il nu­cleo più antico raccolto attorno al Castello ed alla Re­gia Abbazia nullius di San Pietro Apostolo, documen­tata a partire dal secolo XI, e ricostruita più volte, dal '500 all'800. Anche le altre chiese hanno subìto tra­sformazioni, ad eccezione di quelle sorte in età baroc­ca, ed in parte sono state distrutte o ridotte ad abita­zioni private. Del Castello si comincia a parlare nel secolo IX, allor­ché ospitò Carlo il Calvo. Nel secolo XI, con la fonda­zione della Contea di Loreto ad opera dei Normanni, acquistò una maggiore importanza, accentuatasi con l'arrivo di feudatari molto noti. Sotto i d'Afflitto e nell'800, quando passò ai Chiola una volta abolita la feudalità, fu interessato ad ulteriori modifiche. Esso prospetta su Via del Baio, fiancheggiato da palazzi dì vari periodi; in fondo c'è San Pietro. Oltre al ricco por­tale del '500, promosso dall'Abate Giovanni Battista Umbriani, vi si ammirano principalmente la Cappella di San Zopito, protettore cittadino, dell'800, con varie opere d'arte e il suo busto in argento, del '700, e quel­la di San Tommaso d'Aquino, del '500, ampliata nel '700. Qui e nell'altra contigua dell'Addolorata i pavi­menti sono in ceramica di Castelli del 1500. La maio­lica castellana dal Rinascimento si ammira attraverso un itinerario che comprende quasi 600 opere, nella Galleria Acerbo. È, questa, la maggiore raccolta esi­stente, con piatti, anfore, brocche, vasi, albarelli, targhe, zuppie­re, acquasantiere, servizi da tavola dei Grue, Gentili Cappelletti, Fuìna e artefici di fuori Abruzzo (dal Ter. chi al Coccorese), che trovarono ispirazione nella Scuo la di Castelli. A Loreto Aprutino restano da visitare, all'interno de centro storico, la serie di palazzi gentilizi, e le chies( di San Biagio (barocca), Santa Maria de Recepto (me dioevale, con aggiunte del '500), Sant'Antonio (neo classica) e San Francesco del 1200, con superfetazio ni cinquesettecentesche ed un chiostro. Fuori dell'abitato ci sono la chiesa della Madonna d Fiorano, del Medioevo; il complesso dei Cappuccin (del '500), e Santa Maria in Piano, monumento nazio nate. Laspetto attuale è quello di un montaggio: sulli sinistra ci sono i resti di un convento; l'aula gotica ret tangolare, di derivazione francese, è della fine del '200 le parti anteriore e posteriore furono edificate dal ri cordato Umbriani. Il campanile, ornato con scodelli di maiolica, è del Medioevo nella zona inferiore, e de Rinascimento in quella superiore, secondo un modu lo comune al resto dell'Abruzzo. Santa Maria in Piano deve la sua fama, peraltro, ai ci cli pittorici, i maggiori dei quali rimontano all'inizio del '400. Uno è dedicato alla vita di San Tommaso d'A quino, nell'ultima campata a destra entrando; altri con storie di Santi, di Cristo e della Vergine, sono spar si ugualmente sul lato destro, mentre la parete d'in gresso è occupata dal grandioso Giudizio Particolari (metri 11 per 6), il dipinto di maggiori dimensioni esi stente in Abruzzo.
ACQUE E TERME
 
II piacere dell'acqua
 
Ad Epidauro, in Grecia, tra il verde di un antico bosco di lecci e roverelle, a fianco della monumentale e ri­sonante cavea del teatro, ancora vive la città-santua­rio di Asclepio, il dio che incarnava " la salute ritro­vata attraverso le acque". Intorno alla Fonte sacra, lunghe schiere di portici facevano da corona al tem­pio del dio. I malati praticavano qui il rito dell'incu­bazione. Si auguravano che venisse loro in sogno lo stesso Asclepio che avrebbe fornito lumi sulla natura della malattia e sui metodi di cura. Ai sacerdoti l'ar­duo compito di interpretare i sogni e indicare la tera­pia, spesso connessa all'uso dell'acqua. A Roma Asclepio divenne il potente Esculapio e, non a caso, il tempio del dio fu costruito su un lembo di città particolarmente legato all'acqua: l'isola Tiberi­na. E anche a Roma i sacerdoti del dio stabilivano te­rapie basate su una giusta igiene personale, sul buon clima, spesso di media ed alta montagna e sull'uso co­stante di acque ricche di benefici terapeutici. La stes­sa religione cristiana ha legato i suoi riti più impor­tanti all'acqua che lava e porta via con sè, scorrendo, l'impurità e il peccato. Nei santuari più famosi del mondo cristiano l'acqua diventa il prodigioso mez­zo di purificazione e gua­rigione, esemplari le fon­ti e le piscine di Lourdes. Molti luoghi di culto in Abruzzo sorgono non lontano dalle rive di fu­mi e torrenti: le loro ac­que, secondo la tradizio­ne hanno un forte potere saluti- stico, adatto a ri­solvere ogni tipo di ma­lanno o carenza. Il  santuario-romitaggio di San Venanzio a Rafa­no (Aq) è costruito ad arco sulla gola del fiume Aterno, sulle sue rive scendono i fedeli a ha­gnarsi le parti del corpo colpite da reumatismi ed artriti. Acqua bevono le mamme senza latte che pregano SantAgnese, Santa Scolastica e SantAgata e con essa si aspergono in cerca di fertilità le donne che, ancor oggi, visitano chiese campestri e tradizio­nali fontane dedicate alla Sante. Gli agricoltori delle valli che visitavano l'Eremo di San Bartolomeo di Le­gio a Roccamorice, portavano giù dalla montagna un poi dell acqua che sgorga dalla sorgente vicina alla di­mora del Santo: serviva ad aspergere le viti e scon­giurarne la malattia più pericolosa, la peronospera. LAbruzzo è una terra ricca di sorgenti di acque pro­digiose e di notevole effetto terapeutico: acque che pos­seggono una alta concentrazione di minerali, tra le più qualificate le salse, le arsenicali, le ferruginose, le bicarbonate, le solfate e le sulfuree. Sono naturalmente presenti le acque mediominerali, dove la concentra­zione di sali è equilibrata; ed, infine, le oligominera­li, che difettano di sali, particolarmente indicate in al­cune patologie. Nei primi anni del 1800 appassionati ricercatori analizzarono e catalogarono le migliori acque abruzzesi, rendendole note tramite pubblica­zioni scientifiche.
 
Il Gran Sasso d'Italia - Opera periodica di scienze na­turali ed economiche", in un articolo del 1839, dedi­ca attenzione "ad una terra singolare ... una ter­ra bianchissima che a guisa di argilla s'impre­gna d'acqua" e ad "una sorgente solforosa sul de­clivio del monte" che do­mina un'antico paese d'Abruzzo, Civitella Ca­sanova, che deve il suo nome alla più importan­te delle cinque abazie ci­stercensi sorte nella no­stra regione ed oggi ridotta in rovina. Già nel 1828 il prof Co­velli dell'Università di Na­poli, al quale si devono studi accurati e appas­sionati sulle migliori ac­que terapeutiche della re­gione, aveva riscoperto le virtù medicamentose del­l'acqua "ventina", un acqua dalle caratteristiche di estrema rarità, che sgor­gava alle falde delle tre colline, le "pinne", su cui sor­se la città di Penne. L'antica fama delle terme cittadi­ne, così famose in epoca romana da essere citate nel De Architectura di Vitruvio, tornò alla luce dopo se­coli e sul piccolo pianoro poco distante dall'abitato, in un'oasi di pace e di verde, fu costruita una fonte di singolare attrattiva, oggi purtroppo inutilizzabile. Un trattato esauriente su quelle acque lo compilò, nel 1833, Vincenzo Gentile, medico pennese, che ne evi­denziò la ricca composizione e il notevole contenuto di nitrato di calce, magnesio e potassa, tanto da esse­re ritenute superiori ad acque più famose di terme alla moda, da Chianciano a San Pellegrino alla stessa Vi­chy. L'acqua "ventina et virium"che deve la sua se­colare denominazione ai termini latini che vanno tra­dotti in "frequentata e tonificante", in ossequio alla considerazione in cui fu tenuta per un lungo passato, proviene dalle montagne che fanno corona al Gran Sasso, passando sotto l'alveo del fiume Tavo sgorga ancora dopo secoli e una corretta sistemazione po­trebbe restituirla alla fortuna d'un tempo. Ogni bel paese d'Abruzzo può vantare "acque miracolose'; uti­lizzate fin dall'antichità non solo a scopi terapeutici. Lungo la strada che collega Raiano a Vittorito, in pro­vincia de LAquila, una sorgente di acqua sulfurea che faceva girare la ruota di un mulino, era utilizzata per i benefici effetti sui tessuti cutanei ed anche come ottimo sbiancante per le fibre di canapa e di lino, lasciate a macerare, poi battute con rudi­mentali ma efficaci strumenti e ridotte ad una ar fata massa filamentosa da torcere in un lungo fili tessere nei telai di legno casalinghi. Il benessere salute dell'uomo sono l obbiettivo secolare delle b ne acque abruzzesi e in tre famose località soprattutto : Caramanico, Popoli e Canistro, sedi di Terme organizzate e all'avanguardia in campo terapeutico.
 
CARAMANICO
 
Caramanico si stende sull'acclivio d'uno sperone scendendo dal Monte Amaro, la cima più rilevante i la Maiella, separa come un cuneo il letto del fiume dalla profonda valle di erosione dell'Orfento. Posi 700 m di altitudine, protetta dalla barriera climatica delle alte cime circostanti, la cittadina è punto di partenza privilegiato per escursioni naturalistiche e archeologiche, meta irrinunciabile la Valle Giumentina (Abbateggio) dove, sulle rive di un lago scomparso sono stati rinvenuti manufatti risalenti al Paleolitii reperti più interessanti hanno trovato posto in un piccolo museo debitamente allestito all'interno del Centro Visite della Riserva Naturale Valle dell'Orfento, insieme ad altri di carattere naturalistico e che insegnano a “leggere” con competenza uno spaccati natura e storia della nostra regione. Caratteristiche ambientali, bellezze artistiche e un benefico climi mezza montagna contribuiscono a rendere Caramanico un luogo ideale per la cura idrologica. La sorgente "La Salute”. L’acqua salsobromoiodica di Caramanico è la più conosciuta d'Italia per il suo con­tenuto di idrogeno solforato. La sorgente, denominata La Salute, sgorga copiosa nelle grotte di Santa Croce, appe­na discoste dal centro abitato, captata e convogliata verso lo stabilimento termale. L’inaugurazione delle Terme di Caramanico avvenne il 4 agosto 1901, ben­chè da molti secoli l'efficacia terapeutica delle acque fosse ben nota anche in paesi lontani. Si pensò ad uno sfruttamento dopo le approfondite analisi chimiche ef­fettuate da professori dell'Università di Napoli che ri­levarono una forte percentuale di acido solfidrico, mol­to rara in stazioni termali italiane e straniere. Lacqua è ricca di cloruri, sali calcarei, di solfati e metalli in giusta combinazione.  Sgorga a 30° nella quantità di 260 ettolitri al giorno da un calcare marnoso stratificato.Viene usata avaria temperatura per bevanda, bagni, inalazioni e il depo­sito per fangature. A circa 300 m. dal paese, sgorga un'acqua minerale, clorurato sodica fredda, dalle in­discusse proprietà diuretiche.
 
POPOLI
 
Popoli, città delle acque, sorge all'ingresso delle "gole dei Tremonti", una profonda incisione che separa le ultime propaggini dei due massicci abruzzesi, la Maiel­la è il Gran Sasso, e che, percorsa dal fiume Pescara, mette in comunicazione la Conca Peligna e l'Aquila­no con la provincia pescarese. Nei pressi della città, 1'Aterno, il più lungo dei fiumi abruzzesi, si unisce al Pescara, nato da copiose polle sorgive nei dintorni del­l'abitato, inglobate nel 1986 nella Riserva naturale - Sorgenti del Pescara. Altri due corsi d'acqua lambiscono i quartieri cittadi­ni, il Giardino e il San Callisto dando luogo ad effetti scenografici e climatici di grande interesse. L’insedia­mento è molto antico: qui esercitarono il loro potere i vescovi di Valva. La rocca dei Cantelmo, che negli ul­timi tempi è stata restaurata e consolidata, domina la collina boscosa, alle cui pendici la cittadina offre scor­ci suggestivi di paesaggio e monumenti notevoli, dal­la chiesa di San Francesco, del '400, alla Taverna Du­cale o Taverna Vecchia, un interessante esempio di architettura civile in Abruzzo, fatta costruire da Gio­vanni Cantelmo, alla metà del 1300, come magazzino di raccolta e vendita di tutte le decime dei prodotti agri­coli provenienti dal feudo, e che in seguito fu trasfor­mata in locanda con annesso cambio dei cavalli. Le acque medicamentose di Popoli famose insieme a quelle di Raiano e Corfinio fin dall'antichità, furono captate e sfruttate a fini terapeutici intorno all'anno 1870, quando si dette l'avvio alla costruzione di uno "stabilimento termale" che utilizzava l'ottima acqua sulfurea del luogo. Di fronte all'edificio delle "vecchie terme", che presto sarà sistemato seppur con funzio­ni diverse dal passato, al di là del fiume Pescara, sor­ge il nuovo complesso delle Terme di Popoli, uno sta­bilimento all'avanguardia, aperto tutto l'anno, che uti­lizza le acque di ottimo grado solfidrometrico per la cura di patologie di ambito artroreumatologico, oto­rinolarigoiatrico, pneumologico, dermatologico e gi­necologico. Attualmente sono attive 100 postazioni singole per terapie inalatorie o irrigative di pertinen­za O.R.L. ( inalazioni, humages, areosol, docce nasali, ventilazioni polmonari,), 12 cabine per fangature, 4 box per irrigazioni vaginali, 4 box per insufflazioni tubo-timpaniche e, a supporto di vari tipi di riabilita­zione, percorsi idrovascolari, reparto di terapia fisica, box di massaggio e vasche idromassaggio, palestra at­trezzata.
 
CANISTRO
 
Canistro (831 m slm), immersa in un incantevole pae­saggio di boschi, pascoli ed acque, è affacciata sulla Valle Roveto che occupa il corso superiore del fiume Liri, nato dal monte Arunzo presso Petrella. Il paese, circondato da cime boscose, meta di interes­santi ascensioni, quali il Verbetta e il monte Bello, è rinomato per le sue acque oligominerali, utilizzate a scopi terapeutici anche dagli antichi romani che, a te­stimonianza di tanto interesse, lasciarono scorte di anfore presso l'attuale .sorgente denominata Fiuggino, situata sul versante nord del colle Capranica, a 730 m di altitudine. L’assonanza con la fonte più famosa è evidente, come pari il potere terapeutico delle acque. L’acqua oligo­minerale di Canistro è disintossicante, ottima nella cura delle malattie biliari, del sistema nervoso e cir­colatorio, nelle calcolosi renali, biliari e nelle cistiti. L’acqua può essere bevuta a tutte le età ed usata posi­tivamente nelle affezioni dermatologiche, nel tratta­mento della gotta, nella lotta al tabagismo e come va­lido aiuto in campo dermatologico.
 
Il rame e il ferro Parlare di artigianato artistico dei metalli in Abruzzo è l'occasione per mettere in luce il lavoro dei ramai e dei fabbri. La lavorazione del rame e del ferro rappre­senta la voce portante di questo tipo di artigianato ti­pico regionale. Basta fare un giro turistico per i cen­tri storici abruzzesi e il risultato del lavoro secolare dei fabbri ferrai e maestri ramai è sotto gli occhi di tut­ti. Cancellate, ringhiere e lampioni di ferro battuto adornano e caratterizzano in modo suggestivo le stra­de e gli stretti vicoli dei paesi di montagna. Se poi si entra in una delle tante botteghe artigiane di Guar­diagrele, la "città di pietra" di dannunziana memoria, alle falde orientali del massiccio della Majella, si re­sterà incantati nel vedere battere il ferro all'antica ma­niera, arroventato sui carboni ardenti e subito piega­to nelle forme più fantasiose sull'incudine battendo col martello. Il capoluogo guardiese rappresenta un passaggio ob­bligato per conoscere alcune grandi tradizioni di arti­gianato artistico, vanto dalla terra d'Abruzzo, a co­minciare dalla raffinata arte orafa che ha avuto come illustre capostipite il grande Nicola da Guardiagrele, l'eclettico orafo e scultore vissuto tra Trecento e Quat­trocento. L'annuale mostra-mercato dell'artigianato artistico del­la Majella che si svolge in agosto a Guardiagrele, rap­presenta un'occasione da non perdere per ammirare i capolavori frutto delle abili mani degli artigiani abruz­zesi. Lesposizione offre un panorama sulle produzio­ni di artigianato artistico anche di altri centri dell'A­bruzzo.
 
La ceramica
 
L'artigianato della ceramica è un'attività tradizionale propria di molti paesi d'Abruzzo, dal Gran Sasso alla Majella. Ma un posto di riguardo è da sempre ricono­sciuto a Castelli, il piccolo borgo immerso nel verde ai piedi del Monte Camicia, sul versante settentrionale del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga. Castelli rappresenta il più famoso centro di produzio­ne dell'arte della ceramica e della maiolica in Abruz­zo. Da qui, fin dal quattrocento, gli splendidi manu­fatti, frutto della perizia e dell'abilità degli artisti artigiani, fanno il giro dei musei e delle fiere dell'arti­gianato più importanti del mondo, facendo conoscere Castelli come una delle realtà produttive più presti­giose in assoluto. La produzione ceramica è ben av­viata a Castelli alla fine del quattrocento, a dal cin­quecento i maestri maiolicai dell'antico centro della montagna teramana danno vita alla "pentacromia", la nuova tradizione cromatica che caratterizza il perio­do aureo della produzione locale. I maestri castellani rispondono al nome di Ponpei, Lollo, Grue, Gentili, Cappelletti, Fuina. In molti casi si tratta di intere ge­nerazioni di artisti artigiani che si tramandano l'arte da padre in figlio. Fra il Seicento e il Settecento, con l'opera del maestro Carlo Antonio Grue, la ceramica di Castelli raggiunge la sua massima espres­sione, come ben dimostra lo straordinario soffitto maiolicato della chiesetta campestre di S. Donato, a Castelli, con oltre ottocento mattoni decorati. I pezzi prodotti nelle botteghe artigiane di Castelli si caratterizzano per i tipici colori impiegati; giallo, verde, azzurro, arancio e bruno manganese. Le decorazioni si ispirano ai soggetti più vari: fiori, piante, paesaggi, sole, luna, stemmi, icone, ex-voto. Un appuntamento da non mancare è la mostra d'arte ceramica che in agosto anima l'intero borgo artigia­no di Castelli. La fama di Castelli può ben dirsi unica proprio per l'alto valore ar­tistico e culturale raggiunto. Oggi un contributo popolare alla tradizione regionale è fornito dagli artigiani di Loreto Aprutino, Penne, Lancia­no, Civitella Roveto, Spoltore, No­cella di Campli.

I tessuti
 
Merletti e ricami, arazzi e tappeti. L’ar­te del tessuto in Abruzzo passa antica­mente per le mani operose ed abili delle donne. Da Scanno a Pescocostanzo, per pas­sare a Taranta Peligna, Castel di Sangro, Fara San Martino, Lanciano, Bucchianico, Sulmona, Castel del Monte, Pietracamela, Nereto, Penne, e farsi apprezzare anche fuori dei confini regio­nali. È il caso delle famose "tarante", le pesanti e colorate coperte di lana senza "dritto" né "rove­scio", tessute a mano dagli artigiani di Taranta Peligna, paese montano situato a pochi chilo­metri dalla Grotta del Cavallone nel Parco Na­zionale della Majella. Tradizione vuole che l'affermarsi dell'arte della lana nell'epoca medioevale, abbia determinato lo svi­luppo di Taranta Peligna, centro si­tuato nei pressi del tratturo Magno, non molto distante dalla Via della Lana che univa, attraverso l'Ap­pennino centrale, le città di Firen­ze e Napoli. Sta di fatto che la lo­cale produzione di tappeti e tova­gliati dai tipici colori e disegni (in molti casi di ispirazione caucasica e medio-orientale) era fin d'allora an­noverata tra le migliori su mercati euro­pei. Proprio a Taranta Peligna, anticamente, grazie alla presenza della classe artigiana dei lanieri, scardatori e tessitori, ha origine il culto di S. Biagio, il protettore della gola e dei lanieri, poiché sa­rebbe stato martirizzato con l'attrezzo per "cardare" la lana. Un culto che ha radici secolari e tuttora vivo. Alle falde della Majella, ancora oggi i maestri artigia­ni della lavorazione della lana sono i principali pro­motori della festa folcloristica e religiosa in onore del Santo. Santo di area pastorale, S. Biagio sarebbe nato e vissuto in Armenia e non è un caso che anche i pani votivi del 3 febbraio (oltre i disegni e i simboli raffi­gurati sulle coperte e tovaglie di produzione locale) trovino ispirazione nell'antica civiltà orientale.

 
La pietra
 
La convivenza tra uomo e montagna ha fatto sì che in Abruzzo, soprattutto alle falde della "Montagna ma­dre" di tutti gli abruzzesi, la Majella, si sviluppasse, fin dai primordi, l'attività dell'estrazione e successiva­mente della lavorazione della pietra: la duttile pietra bianca e la più resistente e compatta pietra nera, più adatta ad essere lucidata. Materie prime che stanno alla base delle suggestive creazioni degli scalpellini di Lettomanoppello e dintorni. Scolpire la pietra è un'attività che oggi ancora acco­muna tante braccia alle falde della Majella. Un patri­monio di saperi, cultura, arte, storia e tradizione del territorio si esprime nelle forme a cui sanno dare vita gli artigiani lettesi. Fin dall'epoca romana i maestri abruzzesi hanno scolpito la pietra bianca locale per realizzare chiese ed edifici, adornandoli con opere di scultura, monumenti, fregi, decori, restauri. Gli scalpellini di Lettomanoppello si tramandano l'ar­te di lavorare la pietra fin dall'Ottocento, e questo ha meritato al paese l'appellativo di °Piccola Carrara d'A­bruzzo". Da un materiale povero, qual è la pietra ca­vata, gli artigiani lettesi sono stati capaci di produrre manufatti di notevole interesse artistico e culturale, contribuendo in questo modo a delineare i tratti del paesaggio abruzzese. La maestria dello scalpellino si coglie, passeggiando per i vicoli più stretti e dimessi dei paesi d'Abruzzo, dalla lavorazione dei portali d'ingresso, dai fregi delle balconate o dalle facciate delle case padronali. Rosoni, mascheroni apotropaici, foglie di acanto, stemmi no­biliari: sono i motivi più ricorrenti della loro produ­zione. Al giorno d'oggi non mancano sul territorio i laboratori attivi dove è possibile osservare dal vivo l'af­fascinante mestiere dello scalpellino. Un altro luogo deputato alla lavorazione della pietra è Poggio Picenze, nella media val­le dell'Aterno. La bianca "finissi­ma pietra calcaria" fu utilizzata per la composizìone degli ele­menti di pregio della maggior par­te dei palazzi e chiese dell'Aquila. Numerosi sono i contratti che a partire dal quattrocento testimo­niano, l'importanza che la pietra bianca del Poggio, ebbe nella com­posizione delle più belle opere d'arte. Le caratteristiche fisico-chi­miche della pietra del Poggio, la rendono adatta per le lavorazioni di maggior pregio, sia per le lavorazio­ni artistiche ed il restauro che per gli elementi di finitura e di arredo.
 
Oreficeria artistica e tradizionale
 
La produzione orafa abruzzese di tipo tradizionale è caratterizzata, nei secoli, sia dalla rea­lizzazione di manufatti in filigrana che dalle tecniche della fusione, dello sbalzo e del cesello. Comunque, più che nelle tecniche, si differenzia nei modelli, spesso ispirati al mondo della natura con riferimenti decora­tivi magico- simbolici ed apotropaici. Attualmente, presso i centri di Pescocostanzo, Sul­mona e Guardiagrele, prevale la lavorazione della fili­grana, mentre a Scanno viene preferita la micro-fu­sione ed è utilizzato anche l'argento. Gli esemplari tradizionalmente ricorrenti sono: la "cannatora", collana girocollo formata da sfere realizzate in filigrana o stam­pate a sbalzo; le "ciarcèlle" o le "sciac­quajje", orecchini a navicella in la­mína traforata, caratteristici di Pescocostanzo e Scanno e la "presentosa",.un medaglione a forma di stella contornato da arabeschi in filigrana. Al centro di questo ciondolo fi­gura spesso il motivo del cuo­re o dei cuori uniti da una mezzaluna, simbolo e pro­messa di amore e, come tale, dono destinato alle innamora­te. I gioielli scannesi, invece, deri­vano dagli antìchi accessori presenti nell'abbigliamento tradizionale, sia maschile che femminile, come bottoni e fermagli vari. Infine, sono da se­gnalare i numerosi amuleti che, soprattutto in passa­to, venivano riservati alla protezione magica dei bambini; tra le forme ricorrenti figurano la ranoc­chiella, la chiave, la stella a cinque punte, la mezzalu­na, il cuore, il cornetto. Attualmente, questo tipo di produzione è stata affian­cata da una serie di gioielli innovativi che, mutuando i motivi tradizionali, diventano sintesi emblematica di creatività e tecnologia.                    
 
TRA MEMORIA E VALORE
 
Nella cultura contadina il computo del tempo è fon­dato sul principio del ritorno dei segni propri della di­mensione sacra che è, per essenza, immutabile. LE­terno Presente si manifesta nel ciclo della luna, nel sorgere e nel tramontare del sole, negli aspetti della Natura, nel fiorire delle piante e nella maturazione dei frutti, nella vita degli animali e diviene misura del­l'uomo. Accade così che il tempo sia concepito come un fatto concreto, operativo al quale i corpi celesti partecipa­no sia come comprimari nell'ampia macchina tecni­co-religiosa, sia come elargitori e che il calendario sia il risultato di una trama simbolica e rituale composta dall'interazione di molti elementi, apparentemente di­versi, ma in effetti emogenei per appartenere tutti alla sfera religiosa, e legati insieme dall'evento festivo in­teso come, principio, fine e rifondazione mitica. La misura di concezioni e comportamenti propri, an­cora oggi, della cultura tradizionale si presenta come la stratificazione di una sequenza storica che conser­va e rifunzionalizza a livello simbolico gesti, usanze e modi di essere, vissuti dalle generazioni anziane come memoria e da quelle giovani come valore e risorsa iden­tificante. In questa ottica le date calendariali e le feste che scan­discono il tempo contadino si offrono ad una lettura che, superando i limiti della curiosità folclorica e del­l'interesse meramente descrittivo, evidenzia al con­trario, valori e significati antropologici in cui ricono­scersi e fondare la propria appartenenza culturale. LAbruzzo, come tutte le regioni con un assetto socio­economico prevalentemente rurale, mantiene un ca­ledario contadino ancora funzionale e ricco di eventi nei quali, forse più che in altre realtà territoriali, è pos­sibile ritrovare una continuità religiosa che mostra un'immagine archetipa del Sacro e un sincretismo ce­rimoniale di grande impatto spirituale. L'alterità che connota molte feste abruzzesi e che ren­de il loro svolgimento un'attrazione spettacolare, de­riva da un processo che ha mantenuto, all'interno del suo cammino storico, componenti costitutive e for­mali che vengono da lontano in termini di tempo e di spazio. Calendario civile, calendario liturgico, calendario na­turale convivono spesso in uno medesimo tempo so­ciale le cui espressioni, pertanto acquistano una gam­ma di caratteri difficilmente riconducibili ad un'uni­voca definizione, ma proprio per questo di grande sug­gestione attrattiva. Nonostante la complessità strutturale della festa con­tadina abruzzese indurrebbe ad evitare sul piano del­l'osservazione empirica schemi tipologici, di per sé ri­duttivi e qualche volta fuorvianti, tuttavia la chiarezza espositiva propria di ogni riflessione teorica necessita di una collocazione tematica degli aventi che seguen­do l'ordine cronologico, individui forme, strutture e paradigmi culturali costanti. Partendo da questa impostazione metodologica si pro­pone una osservazione delle feste contadine regolate dalla scansione delle Quattro tempora che permetto­no, sia pure a grandi linee un inquadramento temati­co e funzionale. Fino al Concilio Vaticano II la chiesa segnava lo svol­gersi delle stagioni con la liturgia penitenziale e di rin­graziamento delle Quattro Tempora. La pratica che del resto corrispondeva a celebrazioni presenti nelle religioni mediterranee pre-cristiane (I Misteri delle Grandi Madri, la solennità giudaica dello Shavu ot, le cerimonie latine dei fratelli Arvali ecc.) ha segnato profondamente il calendario rituale contadi­no che raggruppa le feste massimamente intorno e in funzione di questi quattro cardini. Le Tempora erano regolate sui noviluni e cadevano in ordine: la prima settimana antecedente la quaresima, la settimana dopo Pentecoste, la terza settimana di set­tembre e la terza settimana dell'Avvento. Duravano sette giorni, erano dedicate alla penitenza, al digiuno, alla purificazione e al ringraziamento, me­diante specifiche celebrazioni, formalmente assorbite dalla liturgia cristiana, ma a livello simbolico e sacra­le gestite da funzioni paraliturgiche o puramente tra­dizionali.  Il primo tempo dell'anno festivo contadino inizia con il novilunio che precede la quaresima ed ha come fun­zioni principali: la purificazione, il riassetto dei ruoli e dello status sociale, la ridistribuzione dei beni ali­mentari. Il tema imporrebbe una lunga e profonda con­siderazione anche per i valori che questa concezione festiva continua ad esprimere; ma poiché l'imposta­zione di questo breve scritto è squisitamente descrit­tivo.
 
Premesso che, almeno a livello di concetto, la grande festa contadina di questo periodo è il carnevale con la sua cultura dell'eccesso, del capovolgimento e dell'in­frazione delle regole, va aggiunto tuttavia che ormai il modello urbano dei carri mascherati e dei veglioni danzanti ha quasi ovunque cancellato le espressioni più proprie del mondo rurale. A titolo di esempio si possono ricordare le rappresentazioni itineranti della Compagnia dei dodici mesi, in cui dodici uomini pre­ceduti da un vecchio che impersonava il tempo, ripe­tevano a livello simbolico il lavoro e i caratteri della stazione campestre o i cortei nuziali, anch'essi rigo­rosamente maschili, in cui l'oscenità aveva il compito di riportare l'attenzione sull'universo del basso cor­poreo inteso come principio di vita.
Benché una osservazione attenta riesca ancora a per­cepire le tracce di comportamenti ed eventi che espri­mano questo fondamento sacrale, tuttavia le occasio­ni in cui lo spirito di rinnovamento che anima le prime tempora è presente specialmente nelle feste di Sant'An­tonio abate e in quelle similari si San Sebastiano e San Biagio, diffuse peraltro, sia pure con pratiche a volte differenti, in tutta la regione.
Per quanto riguarda la festa di Sant'Àntonio Abate oc­corre precisare, sempre a titolo esemplificativo, che in Abruzzo si possono individuare tre modelli esecutivi: quello che utilizza pricipalmente la questua itineran­te con il canto di orazioni e sacre leggende legate alla vita del santo, quella che si incentra sulla accensione di fuochi e quella infine che prevede l'esibizione, l'ec­cesso e la ridistribuzione del cibo.
Premesso che l'inquadramento è puramente esempli­ficativo e che spesso le varie forme si sovrappongono e concorrono a costituire lo svolgimento di una sin­gola festa, al primo modello appartengono tutte quel­le compagnie spontanee, composte soprattutto da gio­vani, che la sera del 16 gennaio percorrono campagne e paesi.
Da qualche anno a Cermignano si svolge un'iniziativa interessante per le finalità che si propone ed unica che per occasioni di ricerca, confronto e verifica che met­te in atto. Il sabato e la domenica più prossimi al 17 gennaio, vi si tiene un incontro sia dei gruppi che ese­guono il canto di questua sotto forma di Orazione, sia delle Compagnie che rappresentano drammaticamen­te la vicenda di SantAntonio Abate. Loccasione ri­chiama molti gruppi che giungono, non solo dai din­torni, dove del resto l'uso è ancora vivo, ma anche da altre province e da altre regioni, dando a tutti la pos­sibilità di un confronto critico e uno stimolo ad ap­profondire i caratteri culturali di questa antichissima forma di teatro religioso popolare.
Di anno in anno il materiale visivo, sonoro e testuale si fa sempre più cospicuo, tanto che, opportunamen­te vagliato dal Comitato scientifico, si propone come un corpus non solo storico ma come dato osservato delle dinamiche e dei mutamenti che qualsiasi fatto culturale contiene. Lappuntamento dà vita, inoltre, ad una singolare kermesse che anima le vie e le piazze del suggestivo centro storico dalle caratteristiche me­dioevali, dove, in perfetta sintonia con il vero spirito della festa, non mancano spazi gastronomici, con i cibi tipici della ricorrenza: innanzi tutto le salsicce, di car­ne, di fegato e i cotechini, in onore dell'attributo più conosciuto di questo Santo, familiarmente detto del porcello, e poi il vino Montonico, frutto di un vitigno che caratterizza la produzione locale della frazione di Poggio delle Rose, ed infine li cillitte de Sand Ando­nie, dolce tipico da inzuppare nel vino, per cui si or­ganizza una vero e proprio concorso gastronomico che premia la qualità del prodotto e la creatività dei con­correnti.
Il fuoco è l'indiscusso e spettacolare protagonista del­le Farchie di Fara Filiorum Petri, il cui toponimo ri­porta ai gastaldati longobardi, si innalza sulla vallata del fiume Foro. I suoi abitanti festeggiano la ricorrenza di Sant'Antonio Abate accendendo le Farchie, enormi fasci di canne, come dice anche il nome derivante dal­la voce araba afaca (torcia - fascio di canne) con una circonferenza di oltre un metro ed un'altezza che qual­che volta supera i dieci.
L'uso dei fuochi per la festa di questo Santo è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si di­stinguono per l'imponenza delle costruzioni e per il loro numero che corrisponde a quello delle dodici con­trade in cui si divide il paese. La tradizione è inoltre legata ad una leggenda di fondazione che narra che Sant'Antonio Abate avrebbe salvato Fara dall'invasio­ne delle truppe francesi, trasformando le querce di un vicino boschetto in torce gigantesche che spaventaro­no i nemici.
Qualche giorno prima della ricorrenza ogni quartiere e frazione inizia la costruzione della propria farchia. È uso comune che le canne siano di provenienza fur­tiva per cui, fin dai primi di gennaio, bande di giovani escono a procurarsi la materia prima, mentre altri prov­vedono a custodire il tesoro raccolto.
Nelle prime ore pomeridiane della vigilia, le contrade incominciano il trasporto delle farchie verso lo spiaz­zo della chiesetta rurale dedicata a Sant'Antonio Aba­te. Una volta le farchie erano trainate a braccia o su carri, oggi si usano i trattori, ma l'atmosfera conserva la stessa festosità accentuata da numerosi suonatori di organetto che cantano le orazioni di Sant'Antonio, os­sia episodi leggendari della vita del Santo. Giunti da­vanti alla chiesa le farchie vengono innalzate con l'aiu­to di pertiche e funi; infine ha inizio l'accensione tra ripetuti scoppi dei mortaretti inseriti tra i fusti delle canne. Mentre incominciano a scendere le ombre del­la sera le farchie accese offrono uno spettacolo indi­menticabile, all'interno del quale la gente canta, balla e consuma, in onore del Santo, vino e biscotti. Quan­do il fuoco ha bruciato quasi tutte le canne, la festa continua in ogni contrada, dove gli abitanti si radu­nano intorno ai resti della propria farchia e ne rac­colgono i tizzoni spenti per conservarli come reliquie per la protezione dalle tempeste e dalle calamità che possono danneggiare i campi coltivati e per segnare gli animali domestici. II cibo come esibizione, eccesso e ridistribuzione è il principio che regolala Panarda di Villavallelonga. Con il nome di panarda si indica, specialmente nell'aqui­lano, un rituale di consumo collettivo del cibo che con­siste in un banchetto allestito in precise ricorrenze ca­lendariali. Lorigine del vocabolo è piuttosto oscura, e probabilmente deve essere ricercata nella radice in­doeuropea pan intesa nel senso di abbondanza. L'aspetto più spettacolare della panarda, almeno at­tualmente, sta nella quantità delle portate che posso­no superare anche il numero di cinquanta e nella eti­chetta che impone ai commensali di onorare la tavo­la, consumando tutte le vivande portate in tavola. La tradizione è comune a molti paesi, ma dove il rito ancora esprime compiutamente il concetto di cele­brazione comunitaria con forti permanenze magico­sacrali, è a Villavallelonga, un piccolo centro posto entro la zona montagnosa del Parco Nazionale d'A­bruzzo. Un documento ricorda che nel 1657 tale Pie­tro Paolo Serafini, secondo una consolidata tradizio­ne familiare, distribuiva una minestra di fave per perpetuare un voto fatto dai suoi antenati a Sant'An­tonio Abate. La devozione popolare racconta che "tan­ti anni fa una donna della famiglia Serafini lasciò una creatura in fasce nella culla e andò a prendere l'ac­qua alla fontana. Tornando a casa incontrò un lupo che la portava in bocca. Invocò Sant'Antonio e il lupo lasciò la bambina. La donna promise al Santo la fe­sta a fuoco, cioè la panarda. Dopo, la promessa si è tramandata per eredità". Attualmente le famiglie obbligate sono una ventina ed ogni anno, immancabilmente, la sera del 16 gennaio, allestiscono un grandioso banchetto che si protrae tut­ta la notte. Nella stanza in cui si svolge il convivio vie­ne preparato un altare su cui troneggia l'immagine di Sant'Antonio Abate, in mezzo a composizioni orna­mentali dette corone e costituite da frutta, uova, dol­ci. Quando tutti gli invitati hanno preso posto alla men­sa il panardere, ovvero il capo di casa, recita il rosario, le litanie ed infine intona l'Orazione di Sant'Antonio, dopo di che dà l'ordine di servire gli ospiti. Per quanto riguarda il cibo, la panarda, accanto ad un repertorio di vivande e di specialità gastronomiche lo­cali, presenta alcuni alimenti fissi che non possono mancare in nessun caso. Essi sono: brodo di gallina e vitello, il caldaio del lesso, maccheroni carrati all'uo­vo con ragù di carne di pecora e detti "di Sant'Anto­nio", la pecora alla cottora, le fave lessate e condite, le frittelle di pasta lievitata, le ferratelle, la frutta con cui sono confezionate le corone e la panetta. La cena si protrae per tutta la notte, sia per dare modo ai convitati di consumare agevolmente le portate, sia perché il servizio ogni tanto è intramezzato da mo­menti di preghiera e dal canto di formule religiose, sia perché infine, ad una certa ora, le case dei panadderi vengono visitate dalle compagnie di questua. Mentre nelle piazze ardono enormi falò di legna, gruppi di can­tori prendono a girare le strade e a visitare le case dove il loro arrivo è atteso e ben accetto e le loro esecuzio­ni sono ricompensate con cibo e somme di denaro. Le visite dei gruppi e dei canterini durano fino alle ul­time ore della notte, dopo di che vengono riordinate le mense e viene servita l'ultima portata: un piatto di fave lesse, accompagnate dalla panetta, che è una spe­ciale preparazione di pasta lievitata a cui sono state ag­giunte le uova. Prima però il panardiere ringrazia tutti i presenti e in­tona con loro il Padre Nostro. Solo dopo questo ulti­mo atto e dopo ovviamente aver consumato le fave, la panetta e un bel bicchiere di vino in onore del Santo protettore, gli invitati lasciano la casa, dandosi ap­puntamento per l'anno venturo. Il giorno di Sant'Antonio i festeggiamenti proseguo­no con la processione, la benedizione degli animali e con l'apertura del Carnevale, che nel paese è caratte­rizzato da due tipi contrapposti di maschere tradizio­nali: i brutti e i belli. l brutti indossano abiti scuri, ri­coperti di campanacci e i belli sono vestiti di bianco e portano cappelli ornati di fiori e nastri. Allo stesso ge­nere festivo appartengono anche le Cottore di Collel­lengo e la distribuzione delle sagne a Scanno. A Collelongo sette famiglie del paese, quasi sempre per assolvere un voto, o per esternare la propria devozio­ne al Santo, pongono sul fuoco un caldaio di rame, det­to in dialetto locale cottora, in cui fanno bollire gros­se quantità di granturco, precedentemente tenuto in ammollo. Poiché i chicchi cuocendo si gonfiano, la mi­nestra che se ne ricava è chiamata dei cicerocchi. Il lo­cale in cui arde la cottora è predisposto per accoglie­re la visita di parenti ed amici, ed è addobbato con lunghe file di arance, cestini di uova, frutta secca, in mezzo a cui troneggia un quadro di Sant'Àntonio Aba­te. Loperazione di bollitura ha inizio con la benedi­zione del parroco, che deve provvedere a recarsi pres­so ciascuna delle famiglie che partecipa al rito, e continua tra i canti e le preghiere degli astanti che si alternano nel compito di rigirare il granturco nel paio­lo per mezzo di un lungo cucchiaione di legno, in quan­to l'operazione è ritenuta foriera di prosperità e be­nessere. Chiunque giunge a visitare la cottora viene accolto fe­stosamente e riceve un complimento a base di vino e dolci. Lospite, dal canto suo, si avvicina alla cottora e ne gira il contenuto recitando parole di augurio e di devozione. In questo modo si trascorre tutta la notte, mentre compagnie di questua, accompagnandosi con vari strumenti popolari, tra cui non mancano le zam­pogne, provenienti dalla vicina Valle del Liri, cantano l'Orazione di Sant'Antonio in cui si narrano la vita, le tentazioni ed i miracoli dell'eremita egiziano. Di fronte alla chiesa parrocchiale, in un'antica cappella nella quale è conservata una preziosa statua di pietra raffigurante Sant'Antonio Abate che, per l'occasione, è anch'essa decorata di agrumi, frutta e uova, i giova­ni accendono una grande catasta di legna, punto di riferimento delle compagnie e dei devoti che vi si ritro­vano intorno per cantare le lodi al santo e passare la notte in allegria. Alle prime luci dell'alba inizia la di­stribuzione dei cicerocchi: innanzi tutto una lunga fila di ragazze, reggendo sulla testa conche di rame ad­dobbate di fiori e di nastri, si reca in chiesa per offrire al santo una grande quantità di cicerocchi, che poi ven­gono consumati per devozione dai fedeli. Inoltre le fa­miglie che hanno provveduto alla preparazione delle cottore si premurano, oltre che a distribuire i cice­rocchi a parenti ed amici e a chiunque ne faccia ri­chiesta, anche a predisporre dei capaci recipienti lun­go la strada, affinché anche i pellegrini ed i viandanti possano attingere al cibo rituale del granturco cotto. Da qualche anno le ragazze che recano i cicerocchi in chiesa hanno dato vita alla pittoresca gara delle con­che riscagnate (cioé addobbate per l'occasione), in cui viene premiata quella decorata con maggior cura ed originalità. La festa continua per tutto il giorno con cerimonie religiose e popolari in onore del Santo. A Scanno, che fu tra i più fiorenti centri dell'economia armentizia, la mattina del 17 gennaio, di buon ora, la famiglia Di Rienzo che un tempo possedeva la mag­giore parte delle greggi svernanti in Puglia, dà dispo­sizione che si collochi fuori il portone del suo aristo­cratico palazzo uno o più grandi caldai di rame, ricolmi di fumanti sagne con la ricotta. I devoti, dopo aver ascoltato la messa nella vicina ch sa di Sant'Antonio Abate, si avviano, con il prete in i sta al corteo, verso casa Di Rienzo. Qui, dopo che il i ligioso ha provveduto a benedire il cibo, con ui speciale formula che richiama molto l'incipit del ca tare medioevale, ognuno si serve, riportandosi a ca, un mestolino di minestra che consuma per devozi, ne. La cerimonia, anche per lo scenario in cui si svo ge, è molto pittoresca e dà avvio al Carnevale. Un ten po, subito dopo la distribuzione delle sagre, il Corriei di Carnevale, cavalcando un recalcitrante somarellc annunziava per il paese, a suon di tromba che eran aperti i festeggiamenti del periodo più pazzo dell'au no. Lo seguivano le maschere tradizionali che ricalca vano l'antica drammaturgia religiosa delle origini, rap presentando gli eremiti, i piccoli confratelli e I'episco pello, un bambino che per un giorno impersonava i vescovo e ne svolgeva le funzioni.
 
Le tempora di Pentecoste o della rinascita
 
Le tempora di Pentecoste costituiscono il punto cen­trale della stagione di maggior attività del mondo con­tadino e tendono a rapportare alla sfera del Sacro le procedure che vanno dai primi germogli al raccolto dei cereali. I momenti fondamentali di questo periodo sono l'Annunziata, San Marco, il primo di Maggio, Pen­tecoste, la Trinità, San Giovanni, Sant'Anna, mentre una espressione peculiare è quella della cerimonia li­turgica delle Rogazioni. Nella maggior parte di queste feste la classe rurale svolge processioni che attraver­sano le campagna e raggiungono luoghi sacri come santuari, montagne, boschi, fiumi, recando in dono le primizie o parti simboliche del raccolto, oppure si con­fronta con le classi sociali urbane attraverso cerimo­nie di saluto. Premesso che il numero considerevole delle feste con­tadine che rappresentano in modo significativo il pe­riodo primaverile, non permettono una semplice sche­matizzazione espositiva, si propongono a modo di esempio quelle dei Banderesi di Bucchianico, di San Zopito a Loreto Aprutino, di Santa Gemma a Goriano Sicoli, rimandando, per le altre a Calendario Abruz­zese, cento feste contadine per un anno (Pescara, 1997). Quella di Bucchianico è una delle feste più complesse nel panorama della religiosità contadina, tanto che la sua trattazione, almeno in questa sede, impone un an­damento schematico e riassuntivo. Per comprenderla innanzi tutto occorre delineare lo scenario religioso e l'occasione della festa. In onore di Sant'Urbano papa che avrebbe salvato con uno stratagemma militare il paese assediato dai chietini, durante il periodo delle lotte comunali, gli abitanti della campagna ogni anno si uniscono a quelli del centro urbano per rinnovare la memoria del miracolo ricevuto. I personaggi principali dell'evento sono innanzi tutto il Banderese ed il Sargentiere. Ogni anno, la domeni­ca successiva al 27 maggio, in una solenne cerimonia, tra quelli che hanno avanzato la propria candidatura, viene eletto il Banderese e dura in carica un anno. Per essere eletto deve possedere le seguenti qualità: abita­re in campagna, essere coniugato con prole. Al riguardo si preferisce chi ha almeno due figli maschi che do­vranno assumere, come si dirà, un ruolo preciso, nel rituale. Il Banderese si fa carico della organizzazione della fe­sta, aiutato in questo dalla sua numerosa parentela e dai capi contrada che provvede a nominare subito dopo l'elezione, è il consegnatario della bandiera e dello sten­dardo, simboli del comune. Assume il comando di una milizia di Banderesi, ovvero di uomini che indossano a tracolla una fascia di colore o rosso o blu, a seconda del grado di parentela e di importanza e si fregiano di un cappello ornato da un lungo piumaggio. Nell'anno che dura in carica provvede ad organizzare incontri e feste da ballo, specialmente nelle date solenni del ca­lendario festivo contadino, allo scopo di rinsaldare i vincoli di parentela e di solidarietà, oltre che per rac­cogliere il denaro occorrente per le spese della festa. Durante la festa, dorme con la famiglia in una sala del palazzo municipale ed è l'unico autorizzato, tra quel­li della campagna, a girare a cavallo per il paese. Alle­va inoltre il vitello che sarà consumato durante il ban­chetto di Sant'Urbano. Il Sargentiere (sir gentile) è una carica ereditaria che passa da padre in figlio, da tem­po immemorabile nella famiglia di Tatasciore-Papè. Egli è il depositario della prassi festiva e senza il suo permesso e la sua presenza non può avere inizio alcu­na fase della tradizione, in molte delle quali funziona da giudice. Ha il privilegio di portare lancia e spada e di cavalcare insieme al Banderese. Durante la festa ri­ceve gli onori e l'omaggio di tutti i Banderesi, delle au­torità civili e religiose. Dopo avere assolto agli obblighi di questua e di orga­nizzazione dei balli che si fanno più frequenti dal lu­nedì di Pasqua, la famiglia del Banderese, nei giorni intorno al 17 maggio, comincia la preparazione del pane, delle panicelle e delle pizze che verranno con­sumate e distribuite durante la festa. Si tratta di un momento molto significativo sia a livello simbolico che rituale, che aggrega tutti i capi contrada. Per l'oc­casione il Ban­derese rende più solenne l'altare preparato nella pro­pria casa, in cui è esposto un paliotto raffigurante Sant'Urbano. Ai lati dell'altare espone i due cappelli piumati che indosseranno i suoi figli maschi durante la cerimonia, il laccio, ossia una catena d'oro votiva of­ferta dai devoti, il pane e i dolci rituali e comincia a ri­cevere le visite dei parenti e dei Banderesi. La domenica antecedente il 24 maggio dalle prime ore del mattino nella sua casa, dove per l'occasione si al­lestisce solitamente un grande capannone all'aperto, cominciano ad affluire i Banderesi con le loro famiglie. Le donne recano in testa enormi cesti addobbati di fio­ri e nastri, entro i quali sono riposti beni alimentari di ogni specie. Ogni contrada conduce un carro ricca­mente preparato che, a seconda degli accordi presi con il Banderese, svolge uno di questi temi: il pane, il vino, la legna, il letto. Il primo, ovvero quello del pane, ol­tre a parecchi quintali di questo alimento, trasporta anche il quadro di Sant'Urbano in precedenza esposto in casa del Banderese, l'ultimo, quello del letto, è so­litamente preparato dalla contrada e dalla famiglia del Banderese e trasporta il letto, completo di biancheria ed accessori in cui il Banderese dormirà nei giorni di festa entro la sede municipale. Dopo un ricco pranzo, al quale solitamente partecipano un migliaio di per­sone, si forma il corteo che porterà il popolo dei ban­deresi verso la rocca del paese. Lo apre il vitello sacrificale, anch'esso ornato di gual­drappa, nastri e fiori. Al suo fianco stanno due canefore che trasportano entro ceste, ovviamente infiorate e ri­colme di uova, i cappelli dei figli del Banderese. Segue il Banderese, la sua famiglia e i suoi parenti. Tutti i ma­schi indossano la fascia rossa e blu, ma non il cappel­lo piumato che esibiranno solo dentro le mura del pae­se. La processione si snoda con una lunghissima teoria di portatrici di canestri colorati. Infine chiudono i car­ri, ognuno dei quali è circondato da suonatori di tam­buro e organetto. I Banderesi, dopo aver attraversato la campagna, giungono alle porte del paese nella metà del pomeriggio: qui sono accolti dal Sargentiere ed il suo corteo. Insieme si recano a pregare sull'altare di Sant'Urbano e subito dopo, nella piazza danno inizio alla Ciammaichella. Il Sargentiere guida un movi­mento a spirale del corteo che appare come un ser­pente colorato che si avvolge su se stesso. Si tratta di una forma molto elementare, ma assai interessante, di danza processionale a suon di tamburo. Subito dopo, mentre le donne sistemano i canestri, il letto e tutto il contenuto degli altri carri nella sala del municipio, i giovani, sempre alla presenza del Sargentiere e del Banderese, danno inizio ad una serie di giochi popo­lari di destrezza, come il Tizzo e il Capriuli. Si prov­vede anche ad eseguire i giri del paese durante i quali ogni Banderese maschio riceve dal Sargentiere un maz­zolino di fiori di campo ed erbe profumate detto lu ra­majette. La sera si conclude con una cena riservata alla famiglia del Banderese e a quella del Sargentiere. Nel pomeriggio del 24 maggio i due capitani, seguiti dai propri figli, assistono all'apertura della Porta San­ta nella cripta della Chiesa di Sant'Urbano, da parte della autorità religiosa del paese. Hanno inizio le en­trate, ossia un percorso penitenziale che prevede nove passaggi davanti alle reliquie, ad ognuno dei quali i fe­deli appoggiano il capo su una colonna della cripta che reca un antico bassorilievo raffigurante il santo, e nove giri intorno alla chiesa. Il 25 maggio a mattina Sargentiere e Banderese, con i loro cortei, dopo aver assistito alla messa, incomin­ciano i nove giri del paese. Dopo il terzo giro, tornano nel palazzo comunale e prendono ciascuno un cero vo­tivo, tenendo il quale proseguono per altri tre giri. A questo punto il corteo si ferma in piazza dove il sin­daco consegna solennemente una lancia e una spada al Sargentiere e lo proclama comandante militare. In passato la consegna era svolta da una famiglia nobile del luogo. Subito dopo nella piazzetta di Sant'Urbano la moglie del Banderese consegna un anello d'oro a ciascuno dei suoi due figli maschi, mentre il sindaco affida al gruppo la bandiera ed il parroco fa altrettan­to con lo stendardo. Da questo momento Sargentiere e Banderese hanno il diritto di continuare i giri armati e a cavallo, mentre gli uomini del corteo indossano il cappello piumato. Nella tarda mattinata ha luogo la riconsegna dei ves­silli. Il parroco attende al balcone i giovani che fanno roteare con destrezza la bandiera, cercando di rende­re difficile la presa che deve essere effettuata al volo. Segue un pranzo a base di pesce fritto. La mattina del 26 maggio è detta del ringraziamento. I figli del Ban­derese aprono il corteo dei ceri votivi che gira tutte le chiese fino alla cripta di Sant'Urbano, dove questi ven­gono deposti. Dopo di che la porta santa è chiusa, fino al prossimo anno. Il rituale continua con la messa so­lenne e la benedizione dei quattro cantoni. AI termi­ne i Banderesi ripartono in corteo in direzione della chiesa rurale di Santa Maria Casoria. Loreto è uno dei paesi più belli d'Abruzzo, sia per gli antichi palazzi e monumenti religiosi che lo caratte­rizzano, sia per lo scenario di colline ricoperte di oli­veti in cui è immerso. Il lunedì di Pentecoste è teatro di una singolare processione a cui partecipa un bue bianco. Si tratta di un animale adulto che, per qualche mese, viene sottratto al lavoro dei campi ed addestrato a camminare tra la folla e sul selciato delle vie cit­tadine. Il giorno della festa viene addobbato con cura. Dalle corna gli pendono nastri e fiocchi multicolori, specchietti lucenti e ninnoli, una gualdrappa rossa su cui sono appuntate le immagini sacre di Sant'Antonio Abate e San Zopito gli copre il dorso, persino gli zoc­coli dei piedi appaiono curati e lucidati. In groppa al bue cavalca un bambino di pochi anni. È vestito di bianco, ha il capo cinto da una corona di fio­ri, l'abito ornato di ori ed oggetti preziosi e si copre in capo con un ombrellino chiaro. In bocca regge un ga­rofano rosso. Il bue, che è preceduto da uno zampo­gnaro, dopo aver seguito il percorso processionale si ferma sulla soglia della chiesa di San Pietro. In passa­to entrava nell'edificio sacro ed assisteva alle funzioni liturgiche e la gente usava trarre auspici di prosperità per l'annata agricola dall'osservazione degli escrementi che l'animale emetteva durante il rito religioso. Dopo la processione il bue è condotto per le vie del centro storico a rendere omaggio ai notabili del paese e, ovun­que si ferma, il bambino che lo cavalca riceve piccoli doni alimentari. Un tempo, quando la suddivisione di classe era ancora sentita, la festa, almeno per quanto riguardava il bue, era gestita dalla corporazione degli agricoltori. Quella dei vetturali, ossia dei trasportato­ di olio, si occupava invece della cavalcata del ritor­no, il cui vincitore era premiato con un paliotto. Agli artigiani, in passato assai fiorenti a Loreto per la pro­duzione delle terrecotte e dei coltelli con il manico di osso, erano affidati altri aspetti organizzativi. Oggi la festa è gestita da un comitato di deputati che provvede anche a mantenere il bue, ma non ha per­duto l'antica suggestione che ha indotto molti studio­si a ipotizzare le sue origini in tempi molto antichi. Qualcuno ha creduto di poterle ritrovare nel versa­crum degli Italici. Ma, nonostante l'aria mitica dell'e­vento che ha per protagonista il bue di San Zopito, se ne conosce esattamente il giorno e l'anno di nascita. La leggenda di fondazione narra che il lunedì di Pen­tecoste del 1711, mentre arrivava in paese il corteo che accompagnava le reliquie del Santo, un contadino di nome Carlo Parlione, intento al lavoro nel proprio campo in contrada Le Pretore-Casci, non smise, in se­gno di devozione e rispetto, le proprie attività. Al con­trario il suo bue si inginocchiò al passaggio della pro­cessione tra lo stupore degli astanti, tanto che la famiglia del bifolco lo regalò alla festa, come ex voto. Infatti nel preciso istante in cui le reliquie toccavano il territorio del paese avveniva una miracolosa guari­gione di un loro congiunto. È probabile che l'uso di condurre il bue in chiesa de­rivi proprio dal fatto che l'animale, addobbato in se­gno di festa, sia stato depositato nella cappella del san­to, come si fa normalmente nelle consegne votive per grazia ricevuta. D'altra parte, però, occorre dire che molti aspetti della tradizione, come il bambino e lo zampognaro, non trovano una spiegazione logica nel­la leggenda di fondazione, così come occorre osserva­re che altri particolari, come gli ori che adornano il vestito del piccolo cavaliere e il garofano rosso, ri­mandano alla simbologia di altri rituali del calendario contadino, in cui è evidente un processo sincretico tra elementi della religiosità primitiva, magici e cristiani. Infine è il caso di ricordare che una tradizione analo­ga, di chiara matrice italica, è ancora presente a Ba­cugno presso Rieti, che i buoi bianchi sono i protago­nisti delle carresi molisane di Ururi, Porto Cannone, San Martino in Pensilis e Larino e che anche a Gagliano Aterno, un tempo, un bambino cavalcava un bue bian­co, durante una festa di passaggio agrario. L'11 maggio, sul fare del mezzogiorno, sull'erba verde del tratturo Celano Foggia, nel punto in cui esso co­steggia il paese di Goriano Sicoli, viene avanti una nu­merosa compagnia di devoti. Innanzi a tutti cammina una fanciulla a piedi scalzi che regge tra le mani un grosso cero votivo da cui pen­dono alcuni nastri su cui sono appuntate le offerte in denaro e in oggetti preziosi, destinati alla Santa, ver­so la cappella nella quale procedono. La ragazza è vestita con l'abito tradizionale che fino a qualche anno fa era ancora in uso tra le contadine mar­sicane, un vestito semplice e quotidiano, caratterizza­to da un'ampia gonna di panno rosso e uno scialle az­zurro da capo. La seguono i genitori, i parenti, gli amici, il popolo tutto di San Sebastiano di Bisegna, un pic­colo paese nel cuore della Marsica, da dove sono par­titi alle prime luci del giorno. In fondo alla strada, dove il tratturo si apre in un am­pio slargo, vicino ad una edicola campestre, li atten­dono il sindaco di Goriano, insieme alle altre autorità che sono poi il maresciallo dei carabinieri, il parroco, il priore della confraternita di Santa Gemma e il pro­curatore della festa che, dal canto suo, guida la banda musicale, pronta e schierata ai bordi della strada. Giunti in vista l'uno dell'altro i due gruppi si salutano con grande commozione e, mentre la fanciulla si in­ginocchia devotamente dinnanzi alla cappellini, la ban­da e gli spari aprono i festeggiamenti. A suon di mu­sica quindi il gruppo, in cui la fanciulla ha sempre il primo posto, sale verso la parte alta del paese, dove, nel quartiere chiamato quarto di porta Bagliucci, in una antica casa, li attende la Comare, circondata da un gruppo di donne. La Comare è la moglie del procuratore della festa e ad essa è riservato il compito di accogliere entro le mo­deste mura la fanciulla che, salita la breve scala che porta alle stanze, si inginocchia sull'ultimo gradino e chiede il permesso di entrare. Anche qui l'accoglienza è commossa e festosa e mentre la ragazza viene trat­tata con tutti i riguardi, la compagnia è rifocillata con vino, pane e ciambelle. Ma pane e vino sono a disposizione anche per tutti quelli, e sono tanti, che si recano a salutare la fanciulla di San Sebastiano di Bisegna. La casa, infatti, è com­pletamente riempita di pane che la Comare e le sue aiutanti hanno provveduto a confezionare nei giorni precedenti con la farina offerta dai gorianesi. Pane a ceste, a mucchi, a quintali, pane e ciambelle che adornano le pareti. Presso una porta spicca una enorme ciambella decorata di nastri, che indica la stan­za dove, su un letto tutto bianco e ricamato, passerà la notte la giovane protagonista della festa. Un parti­colare che colpisce è il fatto che sul capezzale è posta una rocca composta di candida lana e infiocchettata. Dopo i dovuti convenevoli e dopo che il parroco ha provveduto a benedire il pane, la ragazza, accompa­gnata da una gioiosa comitiva di coetanee, esce di casa recando, come le altre, un canestro ornato di fiori e di nastri ricolmo di pane. Precedute dalla banda attra­versano tutto il paese e le frazioni, e in ogni casa di­stribuiscono il pane benedetto. Al tramonto le ragazze ritornano con le canestre vuo­te, giusto in tempo per assistere con la Comare ai Ve­spri cantati nella chiesa del paese. E poi di nuovo tut­ti a casa per un cena rituale e votiva in cui le bambine consumano un pasto a base di uova e lattuga, mentre agli altri è riservata una più ampia varietà di cibi. II giorno seguente la festa continua con la liturgia e la processione, dopo di ché la fanciulla saluta la Comare e i gorianesi e se ne ritorna con i suoi a San Sebastia­no, non senza aver ricevuto molti doni, consistenti so­prattutto in dolci e generi alimentari che dividerà con i compaesani, in un ricevimento previsto al suo arrivo. La tradizione, che è una delle più poetiche e delicate dell'intera regione, rievoca la figura di Santa Gemma, patrona del paese e di cui documenti antichissimi trat­teggiano le vicende di una vita avventurosa ed esem­plare. Narrano le storie che Gemma sia nata a San Se­bastiano di Bisegna nel 1372 dalla famiglia Spera. Restata orfana di entrambi i genitori, durante una del­le tante epidemie che flagellarono la zona in quei tri­sti tempi, la bambina fu accolta da una sua comare e dal di lei marito, che pare si chiamasse Giusto Perna, di Goriano Sicoli, nella casa dove ora la confraternita a lei intitolata allestisce i festeggiamenti. Si indica ancora un luogo dove la fanciulla dormiva in un povero giaciglio, come si indicano i luoghi dove, portando a pascolare un piccolo gregge di pecore, la­sciò sulle pietre i segni del suo passaggio. Di lei si in­namorò il Conte di Celano, forse Ruggero, figlio di Pie­tro, che, ottenendo un rifiuto, dopo un primo momento di sdegno, assecondò il desiderio della giovanetta ad una vita eremitica e l'aiutò a costruirsi una cella a ri­dosso della antica chiesa extra moenia di San Giovan­ni Battista, sul bordo del tratturo. Qui Gemma visse per 42 anni della carità della gente a cui dispensava consigli e preghiere. La sua morte, avvenuta il 12 maggio 1426, fu subito seguita da una serie di avvenimenti prodigiosi tanto che, dopo pochi anni, era già stata proclamata Santa. Questa la leggenda di fondazione, la quale, senza mi­nimamente mettere in dubbio la storicità della vita del­la Santa, non spiega però alcuni aspetti dell'evento che mostrano la sopravvivenza di elementi molto arcaici. Tanto per cominciare Goriano sorge probabilmente sulla antica Statulae, punto di sosta della strada che, passando per Forca Caruso, già dai tempi italici met­teva in comunicazione la piana di Tivoli con l'Adriati­co e che i Romani ampliarono dandole il nome di Con­solare Valeria. Dopo aver superato le asperità montane - e prima di immettersi nella Valle Peligna - sull'anti­co tratturo funzionava un complesso attrezzato per il riposo, la sosta e gli scambi commerciali dei viandan­ti, presso un santuario con funzioni sociali e di in­contro tra i gruppi delle varie tribù, oltre che religio­so in senso stretto. Questi complessi, in cui si praticava anche una forma di medicina dei tempio, erano affidati quasi sempre alla cultualità femminile, in relazione ad un pantheon in cui primeggiavano le Grandi Madri. Le offerte voti­ve dovute a questo genere di divinità erano essenzial­mente cerealicole, con una spiccata presenza di ciam­belle, il cui valore simbolico era legato all'aspetto fecondativo dei riti. Il mese di maggio, e più precisamente la primavera, era il tempo in cui le popolazioni nomadi e semistan­ziali della zona si ritrovavano presso questi complessi cultuali per rinnovare il ciclo agrario e vegetativo del­l'anno e rinsaldare patti ed alleanze. È probabile che nella zona esistesse un insediamento sacro del gene­re, rifondato in età benedettina su forme cristiane e che in seguito la figura di Santa Gemma si sia inseri­ta in un contesto già sensibile a figure femminili ad­dette al culto, in una continuità formale non infre­quente nell'ambito della religiosità popolare. Nella leggenda di fondazione si nota, inoltre, il parti­colare della carcerazione volontaria che ripercorre un motivo presente nell'immaginario collettivo che ha sviluppato la storia di Jacovella da Celano la quale, in epoca precedente alla vita di Santa Gemma, si sareb­be autoreclusa, pur di non avvallare con la sua auto­rità, l'usurpazione del figlio nel governo della contea ed in tal modo costituire un modello mitico di riferi­mento femminile.

Le Tempora di settembre o del ringraziameto
 
Dalla festa di Sant'Anna e San Giovacchino il mondo rurale considera in fase di esaurimento il periodo dei grandi lavori agricoli e del raccolto e entra in un cli­ma disteso di ringraziamento e riposo. È questo il pe­riodo delle sagre paesane, intese come espressione di devozione verso il santo protettore di cui si mettono in evidenza il valore degli attributi e la forza dei pa­tronati, le fiere svolte dinnanzi alle chiese o nella piaz­za centrale dei paesi. Pertinenti di queste feste sono i carri votivi, i donativi condotti solennemente ai san­tuari, l'aggregazione di classe che ritrova, nel suo in­sieme, i gesti fondativi della propria appartenenza ad una dimensione sacrale da cui trae le certezze neces­sarie all'umana vicenda. Entro queste coordinate si colloca la Fiera dell'Assun­ta che si tiene davanti Santa Maria di Ronzano che nei primi secoli del secondo millennio doveva costituire lo spazio in cui avveniva lo scambio soprattutto eco­nomico tra la vita curtense dell'abbazia e quella dei contadini che dai monaci dipendevano e facevano ri­ferimento. La chiesa, anche dopo il definitivo abban­dono della comunità benedettina, ha continuato a co­stituire un punto fermo nella religiosità del territorio che le ha assegnato un ruolo preminente nel circuito devozionale del pellegrinaggio alle Sette Marie, una pratica assai diffusa in Abruzzo e che un tempo assol­veva alla esigenza sacrale della coltura contadina e a quella, altrettanto fondamentale, del viaggio e dello scambio culturale con altri universi che, secondo pre­cisi codici comportamentali, animava anche il mondo rurale, di per sè stanziale, conservatore e meno predi­sposto agli spostamenti di quello pastorale o marina­ro. Da quasi mille anni, quindi la gente della Valle del Mavone, in occasione del 15 agosto, rinnova la tradi­zionale visita a Santa Maria di Ronzano, dando vita ad una fiera agricola e ad una festa campestre di ringra­ziamento per il raccolto cereale appena concluso che ripete, anche nella gestualità odierna, l'antico omag­gio feudale ai monaci dell'Abbazia, che in quel giorno concedevano il commercio dei beni ammassati con la riscossione delle decime e dei canoni, rinnovavano i contratti e stabilivano giuridicamente i rapporti con le famiglie a loro sottoposte. In questa dimensione si inquadra anche l'usanza di re­care i bambini nati tra il settembre dell'anno prece­dente e l'agosto di quello corrente, a benedire, come fossero anch'essi il frutto di una terra generosa. Una volta tutte le feste estive, immancabilmente, si concludevano con il ballo e l'incendio della pupa. La tradizione, per quanto storicizzata, manteneva simboli e significati originari nelle forme di un sincretismo compatto ed equilibrato che oggi è andato perso. In­fatti la consuetudine, nonostante sia ancora sufficien­temente diffusa, è sentita più come una curiosa stra­vaganza che non come la sopravvivenza di un rito ancestrale che affonda le radici nelle cerimonie votive e di ringraziamento delle Grandi Madri della terra e della fertilità. La pupa è un enorme fantoccio di cartapesta costrui­to su un telaio di canne, raffigurante una donna dalle fattezze procaci e vistose. Sulla testa, ma anche in va­rie parti del corpo, a cominciare dai seni che solita­mente appaiono scoperti e dipinti vivacemente, la pupa reca un castello di petardi, di bengala e fuochi artifi­ciali. Linterno è cavo e costituisce l'abitacolo in cui si introduce un uomo che porta la pupa a spasso e la fa ballare. Infatti il divertimento consiste nel fatto che la pupa avanza con movenze volutamente goffe e allusi­ve e inizia a ballare al suono di allegri motivi di musi­ca popolare, mentre dai fianchi e dal petto le comin­ciano a sgorgare fontane di fuoco e a scoppiare poderosi botti di polvere pirica. Cappelle, grosso centro rurale delle colline pescaresi, da qualche anno ha dato vita ad uno spettacolare Palio delle pupe che anima la sera di ferragosto, richiamando un gran numero di turisti. 1 quartieri e le contrade in cui si suddivide il paese si af­frontano, presentando in gara una o più pupe che in corteo e tra gli applausi della folla vengono condotte in mezzo al campo sportivo. Qui ha inizio la gara: se­guendo un ordine stabilito da un apposito comitato e dinanzi ad una giuria di esperti le pupe iniziano a bal­lare in un rutilante scoppiettio di fuochi d'artificio. Vince la contrada o il quartiere che ha presentato la pupa più bella e più esplosiva. Dopo Sant'Antonio Abate il Santo più popolare è San Rocco protettore della peste e delle epidemie in gene­re. In Abruzzo, come del resto in quasi tutta l'Italia, molti sono i paesi che il 16 agosto ne celebrano la ri­correnza della morte. In alcuni la data è occasione di pellegrinaggi e scampagnate che si concludono quasi sempre con colazioni sull'erba anche perché la mag­gior parte delle chiese dedicate al Santo pellegrino sono situate fuori dai centri abitati. I racconti che riguardano San Rocco sono un misto di storia e leggenda. Secondo una Vita, composta da un anonimo lombardo nella seconda metà del secolo XV, era nato a Montpellier da una nobile ed agiata fami­glia. Rimasto orfano vendette i suoi beni, distribuì il denaro ai poveri e da pellegrino si recò a Roma a pre­gare sulle tombe dei Santi Pietro e Paolo, vivendo ca­ritatevolmente ed operando molti miracoli. Mentre era sulla via del ritorno verso la Francia, ac­cortosi di essersi ammalato di peste, si ritirò sulle rive del Po, dove visse in solitudine aiutato prodigiosamente da un cane che ogni giorno gli recava il cibo necessa­rio alla sopravvivenza. In realtà i documenti attestano che San Rocco si fermò a Piacenza, dove fu accolto e curato dal patrizio Gottardo Pallostrelli, così come è certo che tempo dopo, ad Angera, sul lago Maggiore, fu accusato di spionaggio e messo in prigione fino alla morte. II suo culto è, come si è detto, uno dei più diffusi, in tutto il Centro meridione e costituisce un punto di ri­ferimento nel calendario rituale contadino che dal se­dici agosto segna alcuni cambiamenti stagionali. Per questo qualche studioso ipotizza che la figura di San Rocco abbia sostituito, presso i ceti rurali, quella di Vertumno, divinità latina preposta alla coltura degli orti e al mutamento ciclico, la cui festa, insieme a quel­la di Portuno, Giano e Conso, cadeva alle idi di agosto. Anche Castelvecchio Subequo celebra la ricorrenza di San Rocco, con una festa che, per molti aspetti, si di­stingue dalle numerose altre che si svolgono nella re­gione. Essa viene gestita direttamente da una famiglia che è depositaria non solo del tesoro del Santo, ma an­che in un certo senso, delle qualità taumaturgiche le­gate alla sua figura. Da tempo immemorabile i discendenti maschi della fa­miglia Santini sono i possessori di alcune antiche im­magini del Santo che, fino a pochi anni fa, venivano prestate ai malati del paese, o anche a quanti trovan­dosi in difficoltà materiali o spirituali ne facessero ri­chiesta. A grazia ricevuta il quadro veniva restituito unitamente ad un ex voto, solitamente consistente in un oggetto d'oro, che il capo famiglia dei Santini prov­vedeva ad aggiungere al cospicuo tesoro del Santo, la cui statua era conservata in una antica chiesa campe­stre ove restano ancora interessanti affreschi di fattu­ra popolare. Oggi il simulacro è collocato in una cappella laterale della parrocchia e, in occasione della festa, la famiglia Santini provvede a vestirlo con grandi fasce di seta su cui sono cuciti gli oggetti preziosi. La cerimonia, come si può ben immaginare, avviene in un clima di gran­de tensione emotiva che si carica nelle varie fasi dello svolgimento. Quando la chiesa è gremita di fedeli ar­riva il capo famiglia che, aiutato dai figli e dai paren­ti, reca alcune casse di ferro in cui è custodito il teso­ro e, con una gestualità solenne e rituale, prende ad ornare la statua che, alla fine dell'operazione, risulta interamente coperta di gioielli. Solo a questo punto ha inizio la processione, durante la quale vengono distribuite ai fedeli che ne fanno ri­chiesta grosse ciambelle di pasta lievitata e profuma­ta di semi di anice. Durante la processione la statua è scortata a vista dalla famiglia Santini che ha il compi­to anche di raccogliere le offerte devolute dai fedeli al Santo, le quali saranno utilizzate in parte per soste­nere le spese della festa, in parte per acquistare altri oggetti preziosi da aggiungere al tesoro. A fine processione, dopo il rientro del corteo in chie­sa, il Santo viene svestito e il tesoro torna ad essere conservato con la massima segretezza dai Santini. Ri­guardo questa usanza che può, per certi versi, appari­re curiosa e stravagante, occorre chiarire che, in ge­nerale, in molti paesi il culto di San Rocco è gestito da confraternite o famiglie e che, in molti luoghi, al San­to è legata la presenza cospicua di donativi ed ex voto preziosi. In particolare poi nella Valle subequana la re­ligiosità popolare esprime la propria riconoscenza ver­so i Santi taumaturghi con offerte preziose, fino a co­stituire veri e propri tesori entro i depositi votivi dei santuari. Al riguardo si citano i tesori di San Donato a Castel Di Ieri e di Santa Gemma a Goriano Sicoli. Tutto questo, oltre a definire i caratteri etnici delle espressioni religiose, si riallaccia al fenomeno già det­to della sostituzione del pantheon antico con le figu­re dei santi e nel caso specifico dei donativi richiama ai caratteri delle divinità plutoniche e ctonie preposte alla pioggia, in relazione alla vegetazione. Serramonacesca sorge alla falde della Maiella e ai bor­di di uno dei bracci secondari del tratturo magno, ma soprattutto sorge all'ombra di San Liberatore a Maiel­la, la grande abbazia cassinese che la leggenda ricol­lega a Carlo Magno e la storia attribuisce, per quanto riguarda gli splendori della ricostruzione avvenuta tra il 1007 e 1019, al monaco Teobaldo. Tutto questo vuol dire che il paese è cresciuto ed ha costruito la sua vi­cenda sociale nell'ambito della economia pastorale e della cultura monastica di impianto curtense. Ancora oggi certe attività sviluppatesi nella costruzio­ne del complesso abbaziale, come la pratica dell'inta­glio della pietra, mantengono una posizione importante nell'artigianato locale. Allo stesso modo alcuni caratteri della religiosità popolare sono riconducibili a consuetudini le cui origini vanno ricercate nei rap­porti tra la classe monastica dominante e quella dei contadini sottomessi alla imposizione delle decime e dei tributi. In questa dimensione si inquadra la tradizione dei miejie, gli Omaggi, che il popolo di Serramonacesca attribuisce, la prima domenica di settembre a Sant'An­tonio di Padova, detto in paese Sant'Antoniucce, per le modeste dimensioni di una artistica ed antica sta­tua a cui è riferita la devozione popolare. Gli omaggi consistono in trofei vegetali, realizzati ri­coprendo una struttura di canne a forma conica, con rami di felci, e sopra i quali vengono appesi gli ogget­ti che si intendono donare alla chiesa per contribuire alle spese della festa. Quasi ogni famiglia si impegna nella realizzazione di un miejie che, issato su una lun­ga pertica, viene recato solennemente e con gran se­guito di pubblico di fronte al sagrato. Il trofeo può essere anche semplicemente un grosso ramo verde e biforcuto da cui pendono i doni, i quali sono di varia natura: da prodotti alimentari, come con­fezioni di pasta, a specialità gastronomiche e dolciarie e a produzioni tipiche del luogo. Abbondano infatti le forme di cacio pecorino, le lon­ze, i prosciutti, le soppressate, le uova. Ma un miejie può essere arricchito anche con una coppia di polla­stri, di papere, oppure con bottiglie di vino, di liquo­re, barattoli di marmellata, caramelle e cioccolatini. Tra i doni meno prevedibili può capitare di trovare bian­cheria intima, capi di vestiario, oggetti per la casa. Tutto è deposto fuori la porta della chiesa, durante la messa solenne delle undici e prima della processione, conclusa la quale gli omaggi vengono posti all'asta. Un banditore, ricorrendo a tutta la sua arte oratoria e alla sua dialettica, comincia a magnificare i trofei ad uno ad uno, elencando la ricchezza dei doni e la va­rietà del contenuto. Solitamente sono le stesse fami­glie che hanno recato il dono a ricomprarlo a prezzo notevolmente superiore al suo valore reale, tra gli ap­plausi degli astanti e le invocazioni di evviva a Sant'An­tonio di Padova. Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare sul­la festa, a cominciare dai motivi per i quali attualmente il patrono del paese sia un santo francescano e non be­nedettino, come la presenza dell'antica abbazia fareb­be immaginare. Si potrebbe inoltre considerare anche la collocazione temporale della festa, che raddoppia e sposta il giorno comunemente dedicato a Sant'Antonio di Padova, pe­raltro festeggiato a Serramonacesca. A Pacentro, la prima domenica di settembre, in onore della Madonna di Loreto, a cui è dedicata una piccola chiesa entro le mura urbane, i giovani del luogo cor­rono una spettacolare corsa a piedi scalzi. Dalla sommità di un costone roccioso posto di fronte l'abitato, al segnale dato dallo scampanio di Santa Ma­ria di Loreto, i partecipanti scendono i fianchi scosce­si della montagna fino al torrente Vella e, sempre cor­rendo, con i piedi spesso feriti e lacerati dalle pietre e dai rovi, risalgono le vie del paese e raggiungono l'al­tare della Madonna, dove si accasciano stremati. Al vincitore viene consegnato il palio che già delle pri­me ore del mattino viene esposto, sospeso ad un can­na, alle finestre che si aprono sulla facciata principale della chiesa Consiste in un taglio di stoffa di lana per confeziona­re un vestito da uomo, che un tempo costituiva un pre­mio ambito e che al giorno d'oggi esprime solo una funzione simbolica e di prestigio. Dopo aver ricevuto le prime cure ai piedi feriti, il vin­citore viene portato in trionfo per le vie di Pacentro, issato sulle spalle di una vociante comitiva di parenti ed amici, fino a casa, dove il vicinato organizza i fe­steggiamenti, distribuendo vino e biscotti a tutti gli intervenuti. Luso di correre in occasione di feste religiose è una pra­tica molto antica e probabilmente appartenne anche alle popolazioni italiche che abitarono questa zona. Un tempo era diffusa in molti altri luoghi dell'Abruz­zo, dove bambini nudi, con i fianchi cinti da un na­stro, entravano correndo in chiesa, durante le fun­zioni solenni. A Pacentro questa tradizione, che sembra essere la so­pravvivenza di antichi riti di iniziazione e passaggio dal­l'età puberale a quella adulta, è percepita con significa­ti penitenziali e votivi ed è ritenuta una prassi sostitutiva del pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, meta tra­dizionale della religiosità pastorale e contadina. Forcella, piccola frazione del comune di Teramo, ha un modo sicuramente suggestivo di festeggiare la ri­correnza della Madonna della Misericordia, che cade il 23 settembre. Verso mezzogiorno, dopo che i riti religiosi si sono conclusi, un corteo di giovani e precisamente un al­fiere, due armigeri, di cui uno munito di lancia, l'al­tro di spada, un suonatore di grancassa ed uno di tam­buro, escono dalla chiesa e si avviano, con gran seguito di folla, verso la piazza principale. Lalfiere o Presidente, affiancato dagli armigeri e pre­ceduto dai suonatori che eseguono un motivo caden­zato sul tempo del 6/8, reca l'Insegna, con i cui lembi si copre la persona a mo' di mantello. La bandiera consiste in un drappo quadrato di seta leg­gera, bipartita in bianco e giallo, dalle dimensioni di circa un metro e mezzo per lato, e fissato su un'asta sottile e maneggevole. Giunta sulla piazza del paese, la compagnia si ferma e, mentre il pubblico si dispone in circolo, i suonatori at­taccano con più decisione il motivo conduttore della danza. Lalfiere, sempre impugnando la bandiera, si in­ginocchia in mezzo alla piazza e, dopo aver baciato un lembo della Insegna che, rialzatosi tiene spiegata in alto, incomincia a danzare sul ritmo del saltarello, fino a quando dal cerchio non avanzi un Pretendente, il quale, seguendo le prescrizioni degli armigeri, il cui compito è proprio quello di regolare lo svolgimento delle esibizioni, entra in ballo ed ottiene la consegna della bandiera. Lavvicendamento dei danzatori è spon­taneo e nessuno è escluso dal ballo a meno che un lem­bo del drappo non tocchi il suolo, nel qual caso gli ar­migeri lo invitano a consegnare immediatamente l'insegna ad un altro. Di passaggio in passaggio e tra gli incitamenti per gli esecutori più abili o maggior­mente rappresentativi, il ballo dura più o meno un'o­ra, fino a quando l'alfiere non richiede l'Insegna, con la quale, dopo averla baciata, si copre nuovamente le spalle e si avvia verso la propria abitazione. La danza è rigorosamente maschile e il fatto che da qualche anno alcune ragazze si cimentino pubblica­mente nell'impresa dimostra che la tradizione sta su­bendo una caduta di stile e di motivazioni, assumen­do, viceversa una folclorizzazione spettacolare che ne segna irrimediabilmente il declino. L'esecuzione, che richiede notevole prestanza fisica e senso ritmico, si svolge su di un passo a gambe rigide, in cui il peso del corpo è caricato sul piede anteriore che procede con un gioco di punta appoggio e battu­ta. L Insegna è retta con la mano destra, mentre la si­nistra, posta sul fianco o tenuta dietro la schiena, ha il compito di riequilibrare i movimenti del ballerino che subisce notevoli bilanciamenti, specie nelle varia­zioni che impongono una posizione inclinata. La danza rientra nel genere religioso che, per quanto strano possa sembrare, raggruppa una vasta gamma di espressioni coreutiche che tuttora mantengono una apprezzabile presenza nelle manifestazioni popolari. Se le danze religiose sono, sostanzialmente una forma di penitenza o di voto, esteriorizzata in onore dei San­ti, le bandierate, oltre a questi motivi, hanno lo scopo di permettere l'esibizione di destrezza e valentia fisica in un tempo sacrale particolarmente significativo per l'intera comunità che rinnova i vincoli devozionali con la divinità protettrice. In altri termini, questo tipo di ballo era sentito, fino a qualche anno fa coscientemente, ora in modo più sfumato, come una esibizione pubbli­ca di virilità, sia da parte dei giovani che pretendevano una partecipazione soggettiva alla vita pubblica, sia de­gli uomini maturi che, in questo modo, tendevano a consolidare e mantenere il prestigio acquisito.
 
Le tempora di Avvento o dei fuochi invernali
 
La vendemmia e la raccolta delle olive costituiscono un'appendice piuttosto atipica rispetto al ciclo lavora­tivo dell'anno agricolo che, benché riconosca a questi due prodotti della terra un ruolo comprimario nella triade alimentare mediterranea, tuttavia resta sostan­zialmente incentrato nella coltura cereale in cui la spi­ga appare come la massima espressione. Il tempo che segue la festività di Ogni Santi, è un tem­po segnato dalla perdita della luce solare e da un oscu­ro senso di colpa che impone riti di purificazione che coinvolgono anche il mondo dei morti, considerati non solo come antenati e protagonisti della storia familia­re, ma anche, in senso più globale, di forze e ricchez­ze sotterrannee senza le quali la vita vegetativa sareb­be preclusa per sempre. In attesa del ritorno del Tempo ciclico che il mondo contadino identifica con il rin­novamento rurale, gli eventi festivi raccolti intorno alle Tempora di Avvento assumono la funzione sim­bolica di purificazione e di attesa. La festa di San Martino, dappertutto, è caratterizzata da momenti di spensieratezza e divertimento, né l'A­bruzzo si sottrae alla regola. Rumorose compagnie di questua, composte da ragazzi e bambini, la sera della vigilia girano di casa in casa, reggendo un'enorme zuc­ca svuotata e trasformata in lume; allegre brigate im­provvisano serenate scherzose all'indirizzo dei mariti infelici e affiatate comitive di amici, con la scusa del vino novello, e delle brumose serate dell'autunno in­cipiente, si ritrovano in pantagruelici convivi, intorno a montagne di salsicce rosolate, prelibati spiedi di rara cacciagione, sontuose porchette. Qualcuno riconosce nella consuetudine i resti del Ca­podanno celtico che la dominazione longobarda diffu­se in vaste zone centro-settentrionali, insieme ad al­tre forme di religiosità, compreso il culto per il Santo guerriero della Pannonia, che concludeva il ciclo dei festeggiamenti per il nuovo anno agrario, aperto con la ricorrenza di Ognissanti. Ma a Scanno, la notte di San Martino acquista una suggestione diversa, forse perché la tradizione rivela caratteri più che altrove ar­caici ed originali, o forse perché la particolare dimen­sione architettonica e naturale in cui è immerso il cen­tro conferisce all'evento un fascino misterioso e coinvolgente. II paese, già dalle prime ore del pomeriggio, si anima di un andirivieni festoso, di richiami gridati da strada a finestra, di mamme che raccomandano, inutilmen­te, la prudenza, mentre c'è un correre di ragazzi ad ammassare legna, frasche, ogni materiale che prometta di ardere e di far fumo a sufficienza, sulle alture di Car­della, della Plaia e soprattutto dinnanzi alla grotta di San Martino in contrada Decontra. Originariamente la festa si svolgeva solo in questa lo­calità in cui la leggenda narra presenze miracolose del Santo che si sarebbe rifugiato nelle cavità della mon­tagna, ma da qualche anno i gruppi si dividono per rio­ni e improvvisano una competizione che raggiunge toni accesi di sfida. Intorno ai falò si vive un'atmosfera di grande allegria che accomuna tutto il gruppo dei partecipanti. Si im­provvisano canti, balli, abbondanti libagioni in un cli­ma di collettiva spensieratezza, sempre tenendo pre­sente l'impegno di raggiungere effetti più spettacolari o, per lo meno, di far ardere la propria Gloria, meglio e più a lungo di quelle degli altri. L'aspetto competitivo, inseritosi recentemente, se in qualche modo può aver soverchiato atteggiamenti e valori, quali per esempio l'identificazione e la solida­rietà del gruppo, ha però rifunzionalizzato l'evento di cui si stava perdendo la consapevolezza dei significati di base. Quanto sia antica la tradizione delle Glorie non è fa­cile dirlo, mancando al proposito una sicura docu­mentazione letteraria e dovendo ogni criterio valuta­tivo affidarsi solo a quella orale. Un qualche aiuto è offerto dagli aspetti formali della festa che, allo stato attuale, non sembrano aver subito una sostanziale ca­duta di valori originari, i quali si inquadrano nel vasto scenario delle cerimonie di purificazione e rinnova­mento proprie delle religioni primitive e naturalisti­che in cui il fuoco è utilizzato come elemento liturgi­co e cultuale. Un'espressione rituale di grande spessore resta l'abi­tudine dei ragazzi di tingersi il viso con il nero della fuliggine prima di iniziare a ballare e cantare intorno al fuoco agitando grossi campanacci e oggetti atti a produrre frastuono. La loro presenza riconduce a motivi agrari e alla evo­cazione di forze nascoste ed oscure del mondo sotter­raneo da cui dipendono la vitalità e la rinascita della vegetazione, in un momento di crisi e di incertezze quale è l'inizio dell'anno agrario e della produzione ce­reale che si apre con la semina. Del resto anche altri elementi concorrono a ritenere le Glorie un rituale ve­getativo. La consegna del Palancone bruciato alla spo­sa novella di ogni rione e conseguente elargizione di donativi alimentari, con generale baldoria a base di vino e salsicce nella piazza del paese aderisce a certi rituali della fecondità presenti in tutte le espressioni del mondo agrario, e sullo stesso livello si colloca il Dolce con la Moneta, riservato ai bambini. Nell'uno e nell'altro caso la logica delle civiltà primi­tive, discesa poi in quelle tradizionali, mette in atto una struttura cerimoniale all'interno della quale cia­scuna componente del gruppo si pone come immagi­ne speculare della divinità e assume un ruolo meta­storico condizionato al momento festivo. Quindi la Sposa Novella rappresenta, per una simili­tudine di condizione, la giovane Grande Madre sacri­ficata per il bene comune nelle oscurità del sottosuo­lo, dove ha assunto la funzione di padrona e dispensatrice delle ricchezze, così come i bambini di casa, premiati con la Moneta nascosta nel Dolce, sono il tramite tra il mondo degli uomini e quello dell'e­terno ritorno alla giovinezza divina. Ma quanto di complesso e cerebrale può esserci in ogni interpretazione antropologica, a Scanno si scioglie in una naturalezza vissuta. Le Glorie di San Martino sono semplicemente una festa d'autunno in cui i ragazzi im­parano a diventare grandi e i grandi si ricordano di quando erano bambini e il paese riannoda la trama del­le tradizioni in cui riemerge il carattere della stirpe. In Abruzzo e in Puglia, due regioni la cui storia eco­nomica e sociale si è costruita intorno alla pastorizia, San Nicola ha molti altari e cappelle che fanno riferi­mento alla grande basilica di Bari. Ed ha anche molte case, ovvero le antiche sedi di cor­porazioni e confraternite, che un tempo furono im­portanti punti di riferimento, oltre che centri econo­mici e culturali, in grado di gestire la complessa struttura della transumanza, e che oggi sono deposi­tarie dei cerimoniali legati alla religiosità popolare. Una di di queste case si trova a Pollutri, paese posto ai bordi del Tratturo Magno che da Aquila raggiungeva Foggia, dove il Santo vescovo di Mira è festeggiato due volte l'anno: la prima domenica di maggio e il 6 di­cembre. In questa seconda ricorrenza la casa di San Nicola vive, a ricordo dei tempi in cui tra le sue mura si svolgevano importanti contratti e transazioni, il suo momento più importante. II primo giorno della Novena, al suono della campana maggiore della chiesa, detta appunto di San Nicola e alla quale sono attributi patronati antitempestari, il priore della confraternita riapre i locali e vi accoglie per la preghiera serale tutti i confrati, le loro famiglie, il procuratore e i Deputati della festa. Contemporaneamente le donne iniziano i preparatividelle panicelle, completando i giri di questua per la raccolta del frumento e avviando le operazioni di ma­cina. La vigilia la casa si riempie di insolita animazione. Su lunghi tavoli si provvede a preparare la massa che una volta lievitata verrà lavorata a forma di piccoli pani su cui viene impresso l'antico e sacro sigillo del San­to. Il rito è scandito dal solenne rintocco della campa­na che accompagna anche la lunga teoria delle ragaz­ze che, mantenendo in equilibrio sul capo le lunghe tavole su cui sono poste le panicelle si recano a cuo­cerle nel forno. Il 6 dicembre, dopo le funzioni religiose e la proces­sione, in cui viene condotto per le vie del paese un pre­zioso busto argenteo, capolavoro di scuola napoleta­na, nel primo pomeriggio ha inizio il rito della cottura delle fave. In piazza i deputati della festa preparano sette enormi caldaie colme di fave precedentemente ammorbidite in un lungo ammollo nell'acqua. Al primo tocco del campanone si provvede a dare fuo­co alle fascine. A questo punto l'entusiasmo popolare raggiunge il massimo e ognuno tifa per il caldaio ab­binato al proprio quartiere e o alla propria corpora­zione. Infatti è consuetudine che il caldaio che bollirà per primo riceverà un premio e, soprattutto, le felici­tazioni di tutti i pollutresi che dallo svolgimento del rito traggono auspici di benessere e prosperità. Le fave, poi, una volta cotte, vengono distribuite in­sieme alle panicelle e consumate per devozione. La tra­dizione, che mostra complessi aspetti mitici che si ri­collegano a rituali antichissimi in cui entrano le valenze ctonie e sacrali delle fave , i concetti solari e del ritor­no ciclico del tempo, ha una sua spiegazione popola­re. Una leggenda di fondazione riferisce che San Ni­cola, Santo dell'abbondanza, come dimostra anche la manna che si distribuisce a Bari e le palle d'oro che tiene in mano nella iconografia corrente, avrebbe sal­vato la gente di Pollutri, durante una terribile carestia, moltiplicando a dismisura proprio un pugnetto di fave. Luso di accendere fuochi durante il periodo che pre­cede o segue immediatamente il solstizio d'inverno è diffuso in tutta l'Europa dove, a seconda dei luoghi e delle circostanze, acquista caratteri propri. Ovunque, però, il valore generale resta quello del rin­novamento propiziatorio, dell'interruzione simbolica del quotidiano a favore del tempo sacro e primordiale in cui si colloca ogni rifondazione. Nascono così le li­cenze di dicembre, quelle stesse su cui i Latini impo­stavano le celebrazioni di Giano che precedevano in ordine cronologico quelle di Saturno ed entro le qua­li, in ambito mediterraneo, si confrontavano le anti­nomie della cultura pastorale e di quella agricola. In questo contesto si collocano i Faugni di Atri, in cui anche il nome, quando si accetti l'interpretazione che vi individua la forma volgarizzata di Fauni ignis, ri­conduce a misteriose ed antiche simbologie solari con­nesse ad un concetto panico della natura. Il fatto che la tradizione si svolga in onore della Con­cezione Immacolata di Maria e che, nella formalizza­zione attuale, si esprima entro le coordinate della de­vozione cattolica, non ha annullato le valenze archetipiche del rito che mostra ancora, sia pure a li­vello di suggestione, i caratteri iniziatici e misterici, propri dei cerimoniali agrari in cui entra a far parte una divinità femminile. All'alba dell'8 dicembre, quando le ombre sono anco­ra fitte, gli atriani danno vita ad una spettacolare pro­cessione, durante la quale raggiungono la cattedrale facendosi lume con grossi fasci di canne, tenuti stret­ti da legacci vegetali. Spesso, al rintocco dell'antica campana del tempio mariano, dalle varie contrade o dai quartieri della città, si muovono compagnie sal­modianti che raggiungono la piazza della chiesa, reci­tando preghiere e intonando inni religiosi. Lo spetta­colo, anche per lo scenario storico ed artistico in cui si svolge, è di grande effetto e suscita la commossa par­tecipazione degli astanti. Un particolare significativo che ricollega i faugni di Atri alle antiche feste latine è che, durante la proces­sione, i giovani, senza che alcuno ritenga il compor­tamento disdicevole al raccoglimento del corteo, si di­vertono a sparare micce e mortaretti con il dichiarato intento di farsi notare e avvicinare le ragazze. II rito si conclude con l'ascolto della messa mattuti­na, all'uscita della quale, quando ormai è giorno fat­to, gli atriani si ritrovano sul sagrato, su cui si apre il bellissimo portale di Rainaldo, per ascoltare le note della banda musicale e scambiarsi auguri di prospe­rità e di pace.
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